Golden Globes 2018

Si sono spente le luci nella sala da ballo del Beverly Hilton Hotel di Los Angeles: i Golden Globes sono terminati e le statuette sono state portate nelle loro nuove legittime case.

Come ogni anno ci chiediamo se abbiano vinto le persone giuste o quelle sbagliate, le serie e i film migliori oppure no. Ma soprattutto ci chiediamo se davvero questa serata ha celebrato lo spettacolo e l’intrattenimento. L’intrattenimento inteso nel vero senso della parola: ciò che ci fa staccare dalle nostre vite per un po’, ci distrae, ci rinfranca, ci intrattiene divertendoci ma anche facendoci amaramente riflettere, ci arricchisce con ciò che ci comunica, ci mostra e ci insegna.

Riassumerei la serata in una frase: mi è mancato un Jimmy. Anno scorso infatti la serata fu presentata da Jimmy Fallon. L’opening fu esplosivo, divertente, bello da vedere e rivedere, il monologo fu intelligente ma anche esilarante: la simpatia di Fallon era ed è spontanea, così come fu lo spettacolo nella sua sincera vivacità. Gli Oscar poi vennero presentati da Jimmy Kimmel – che replicherà quest’anno – e qui c’è poco da dire: ci siamo divertiti, abbiamo preso in giro Trump, abbiamo riso per l’epica diatriba comica tra Kimmel e Matt Damon, abbiamo pianto per i discorsi commoventi e poi abbiamo di nuovo cantato e ballato: sul palco ci fu un vero e proprio spettacolo: puro intrattenimento, puro piacere per occhi e orecchie.

Mi piace Seth Meyers, il suo show è interessante e i suoi sketch sono originali. Ma i Golden Globes di quest’anno mi hanno amareggiata. Mi è mancata l’esplosione, mi sono mancati i fuochi d’artificio. Mi sono mancate la spontaneità e la comicità di un Jimmy. Non è però solo colpa del presentatore se la serata mi ha delusa e amareggiata.

L’intera serata infatti è stata traviata e oscurata da un fastidioso quanto insidioso cliché: come era accaduto due anni fa con gli Oscar So White di Chris Rock, la questione del Time’s Up è stata strumentalizzata e ridotta ad uno stucchevole oggetto di battute e continui riferimenti. La serata intera quindi è finita per risultare stucchevole fino all’eccesso: un tema importante, delicato e complesso è stato ridotto ad un semplice espediente per strappare applausi. Questo mi ha amareggiata e rattristata. Hanno vinto ottimi film, ottime serie tv e ottimi attori e registi. Ma questo è passato in secondo piano, perché l’attenzione era focalizzata su altro. E non su un tema importante e complicato ma sulla risonanza mediatica e pubblicistica che questo ha offerto. Il Cinema è Cinema, la Televisione è Televisione e queste serate sono nate per celebrare ciò che di bello può offrirci l’intrattenimento: sono serate spettacolari che celebrano lo spettacolo stesso. Celebrano i messaggi positivi e negativi, celebrano il divertimento, l’amore e la passione. Celebrano il talento e l’arte, eterna fonte di ispirazione e di vita. Questo io ieri non c’è stato ai Golden Globes: ho sentito polemiche politiche, discorsetti confezionati ad uso di un applauso, battute stucchevoli e fasulle. Ma non ho visto celebrare l’intrattenimento, non l’ho visto prendere vita sul palco. Mi viene il dubbio che ormai importi più avere una questione di cui parlare piuttosto che parlare di una questione. E questo dubbio mi rattrista perché io credo nel Cinema e in ciò che rappresenta. È un dovere usare l’arte per comunicare, è un dovere denunciare, esprimere, urlare quando le cose non vanno: ma è giusto alzare la voce solo per fare rumore, per strappare un applauso? Usare problemi veri e seri solo per finalità di spettacolo? Il confine secondo me di questi tempi è labile. Ieri avrei voluto vedere di più, mi è mancato un Jimmy e mi è mancata la spontaneità. Confido sinceramente negli Oscar.

Mi sono io stessa dilungata troppo nel criticare e commentare la serata, dimenticando ciò che davvero è importante. Oprah Winfrey ha ricevuto il meritatissimo premio alla carriera Cecil B. Demille: il suo discorso è stato forte e commovente. Così come l’adesione di tutti i partecipanti alla richiesta di vestire in nero in protesta contro chi calpesta i diritti delle donne, in diversi e orribili modi. E a proposito di questo, sono stata felicissima nel vedere consegnato il premio alla serie Big Little Lies: è una serie importante, forte, sconvolgente nella sua sincerità. Cinque donne forti, invincibili che non accettano di essere piegate, sottomesse e sconfitte. Hanno la forza, insieme, di rialzarsi, lottare e vincere. Nessuno può permettersi di buttarle giù e privarle della libertà, la libertà di essere donne. La vittoria di Nicole Kidman per questo motivo mi ha resa felice: il suo personaggio è un simbolo ed è giustamente importante premiare lei e chi la interpreta. Anche Alexander Skarsgard ha vinto, così come Gary Oldman, James Franco, Laura Dern, Ewan McGregor, Saoirse Ronan, Sterling K. Brown e molti altri: grandi attori e grandi personaggi. Mi ha rattristata la non vittoria di Hans Zimmer e Christopher Nolan: Dunkirk è un film superbo, colossale. Avrebbe meritato di più e confido ancora negli Oscar. Intanto dico solo che mi è mancato un Jimmy.

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Gli ultimi Jedi

Vi è mai capitato di vedere un film e di non capire poi se lo avete adorato o odiato? Di uscire dal cinema senza aver capito se quello che avete visto era il film più bello o il più orrendo dell’anno?

Sembra impossibile ma a me è successo con l’ultimo film della saga di Star Wars, della quale premetto che sono una grandissima amante. La trilogia originale è un capolavoro indiscusso, rappresenta un punto di svolta nel cinema mondiale: effetti speciali tuttora innovativi e una storia degna dell’epica omerica si condensavano in due ore di stupefacente arte. La trilogia moderna – se si esclude il primo capitolo – a mio parere è stata degna di quella originale: la storia e il suo significato sono stati rispettati e anzi approfonditi con maestria e passione.

Questa nuova trilogia invece lascia perplessi. Il risveglio della forza mi ha emozionata e entusiasmata: già sentir risuonare nella sala la colonna sonora ma vedere poi di nuovo quei personaggi e quegli ambienti mi ha sinceramente commossa. Vero è che i protagonisti originali erano troppo anziani per risultare degni del loro passato e della loro storia ma è ammirevole proprio il modo in cui è stato passato il testimone dalla vecchia alla nuova generazione.

C’è chi ha criticato il fatto che la storia fosse simile a quella originale ma io ho amato proprio questo: ho visto messo in scena un vero e proprio omaggio. Un omaggio reso alla storia della nostra infanzia, reso agli attori e alla storia del passato direttamente dalle nuove generazioni, generazioni cresciute proprio con quelle storie. Tutti infatti, dal regista agli attori, avevano in comune il fatto di esser cresciuti come fans della saga: questo si percepisce dal rispetto e dall’amore con cui tutto è stato costruito.

C’è chi invece ha criticato il cambiamento: il ritmo nuovo del film, la comicità un po’ esagerata, la storia un po’ semplicistica e moderna. Ma anche questo è ciò che ho amato: le generazioni cambiano e crescono, così come i tempi. Se si vuole andare avanti non si può pretendere che un film del 2017 sia costruito allo stesso modo di uno degli anni 70, bensì c’è da aspettarsi che cambi insieme a noi. Cambiano i modi e gli schemi, i temi, gli obiettivi e soprattutto gli spettatori. Le nostre generazioni sono cresciute con il mito di Star Wars, ma un mito tramandato dagli spettatori originali: adesso siamo chiamati ad essere noi stessi spettatori ed è logico quindi che il film sia rivolto a noi, al nostro tempo e al nostro modo di vivere il cinema. Saremo noi forse a creare un nuovo mito e a tramandarlo poi a modo nostro.

Veniamo a Gli ultimi Jedi. Sono rimasta perplessa, come scrivevo prima, perché non sono riuscita a capire se sia un film bellissimo o orrendo: dovrei forse vederlo altre dieci volte per capire veramente. Se da una parte la trama pecca della complessità che ci si aspetterebbe dalla saga e gli effetti speciali e la comicità sono a volte esagerati – colpa della direzione che ormai il cinema sta prendendo per tentare di colpirci e stupirci sempre di più – dall’altra mi sono interessata molto ad un aspetto nuovo e mai veramente esplorato nella saga. Chi non ha visto il film si fermi qui, perché ci saranno grossissimi spoiler.

Nelle due trilogie precedenti avevamo vissuto con i protagonisti il conflitto fra Bene e Male, Luce e Oscurità. Avevamo seguito la caduta drammatica e sofferta di Anakin e la scelta coraggiosa e amorevole di Luke. Ma mai avevamo pensato che l’eroe bianco potesse macchiarsi e perdersi nell’Oscurità: in questo film invece questo rischio lo abbiamo corso. Luke ha ceduto alla paura e all’ira, trasformandosi in ciò che aveva promesso di non diventare mai e Rey, la nuova jedi, ha rischiato di perdersi anch’essa nell’Oscurità – e rischia tuttora.

In un primo momento non mi è piaciuta la storia tra Kylo Ren e Rey: mi sembrava molto fan-service e quasi ridicola. A pensarci meglio poi, è stata la cosa che più mi ha esaltata del film: fra i due, irrimediabilmente schierati l’uno contro l’altro, si sta sviluppando un legame molto forte. Entrambi sono soli, entrambi vorrebbero essere più di ciò che sono ed entrambi soffrono perché non riescono ad esserlo. Entrambi vivono un conflitto, più o meno evidente e forte.

Siamo stati abituati all’idea che il bene debba trionfare sul male e quindi ci aspettavamo che Rey dovesse sconfiggere Kylo Ren o redimerlo. E invece io sono rimasta spiazzata nel vedere i due, nonostante le differenze e i trascorsi, avvicinarsi pian piano l’un l’altro. Sono rimasta spiazzata nel vedere che la cosa mi piaceva: mi piaceva vederli cercare un legame, mi piaceva vedere come si capivano l’un l’altro nonostante tutto. Ma sono rimasta soprattutto spiazzata quando mi sono trovata a sperare che Rey afferrasse la mano di Ben, accettando di allearsi con lui.

È vero che nella saga tradizionalmente il bene deve trionfare sul male: siamo stati tutti felici e fieri quando Luke ha finalmente redento e salvato suo padre. Ma chi dice che stavolta debba andare allo stesso modo? Che il Bene debba trionfare sul Male e che non ci possano essere scale di grigi tra il bianco e il nero? Chi dice che una bella storia debba essere per forza complessa o lontana da ciò che lo spettatore si aspetta o vuole? Possono non esserci colpi di scena ma comunque scene emozionanti e ben costruite. Forse così si stanno tradendo il significato e l’essenza più profonde della saga? Non so dirlo, ma so che a me è piaciuta l’impressione che questo film mi ha lasciato e non vedo l’ora di vedere come la storia si svilupperà e finirà.

L’eccezione del girasole

Negli ultimi mesi sono stata parecchio assente, causa laurea imminente e causa progetto in lavorazione. Ho scritto un libro e questo è il suo titolo: L’eccezione del girasole.

” La storia racconta la difficile scelta di una giovane donna. A soli diciassette anni, Aurora deve capire se è disposta a combattere per la propria vita, affrontando il demone dei ricordi, o se preferisce continuare a vivere nel mondo di sogni e illusioni in cui si è rifugiata.”

Si tratta del mio primo tentativo vero e proprio di scrittura, la mia più grande passione. Ho 22 anni e ho scelto di partire dal basso, raccontando di ciò che è più mio. Essendo timida, mi sono lasciata stupire dalla mia voglia di raccontarmi, senza freni né paure, lasciando entrare nella mia vita conoscenti ed estranei.

Il libro è in vendita in versione ebook e versione cartacea in tutte le principali librerie online: da ibs.it e laFeltrinelli.it a Amazon e così via.

Ho ricevuto alcune recensioni, di seguito riporto quella che più mi ha colpito e più mi ha commossa:

” è un racconto triste eppure traboccante di voglia di vivere. Aurora ha diciassette anni e un dolore infinito dentro di sé che non riesce  a sublimare. E’ circondata da tanta gente che le vuole sinceramente bene, ma è sola con le sue paure. Di questa solitudine ci rendiamo conto nel momento in cui, facendo forza su se stessa, riesce ad esprimere a chi l’ha in cura tutto il suo tormento. Ed è un tormento inguaribile. O forse no, se riuscisse a vedere la luce che si apre anche per lei. Vorrebbe, come il girasole, volgersi solo a quella luce, far parte di una necessità universale di ricerca della luce, ma sa che se anche impiegasse tutte le sue forze, ogni momento di felicità non potrebbe essere eterno e tornerebbero i momenti bui. Ma questo pensiero è sufficiente per abbandonare la lotta per la ricerca della felicità? La protagonista lo spera, lo vuole, ma forse anche tra i girasoli ve n’è qualcuno che trasgredendo alle leggi della natura non riuscirà mai a trovare il sole.
Un racconto intimo, introspettivo che l’autrice non conduce chiaramente al lieto fine che ciascuno si aspetterebbe. E nella debolezza della protagonista possiamo riconoscerci e trarre la forza per accettare la vita completa con le sue gioie e i suoi dolori. ”

Che dire, è un primo passo ma sono felice di aver intrapreso questa strada.

 

Chris Nolan ci racconta Dunkirk

Era il 2014 quando entusiasti e stupefatti abbiamo applaudito alla proiezione di Interstellar. Sono passati tre anni da quel giorno e io personalmente sentivo la mancanza del cinema di Christopher Nolan.

Classe 1970, il regista iniziò a sceneggiare e girare i suoi film già nel 1998 con Following: un film di scarso budget ma già di chiara ricchezza di idee. Da lì in poi abbiamo assistito ad una escalation di successi, caratterizzati da una originalità e da una qualità con ben pochi eguali nel Cinema. Nel 2000 abbiamo visto Memento, nel 2002 Insomnia, nel 2006 The Prestige e ancora nel 2010 Inception e nel 2014 Interstellar. Tra questi grandissimi film, dalle trame complesse quanto dai finali mozzafiato, non possiamo dimenticare l’epica trilogia de Il Cavaliere Oscuro (2005, 2008, 2012). Con quest’ultima Nolan ha dimostrato di poter trasformare persino un fumetto in una metafora della vita e della lotta alla vita stessa. Insomma, ogni volta che un film porta il nome di Christopher Nolan (e spesso anche di Jonathan, il fratello) noi ci aspettiamo di venire trasportati per due ore intere in un mondo parallelo e di uscire dal cinema più ricchi di prima. Personaggi psicologicamente approfonditi e curati nonché crudelmente realistici, trame complesse e passionali, finali epici quanto inaspettati. La musica di Hans Zimmer ci accompagna sempre scena dopo scena, caricandoci di adrenalina e tensione.

L’aspettativa dunque era alta anche per Dunkirk. C’era però il timore che un autore ormai confermato nell’Olimpo dell’arte del Cinema cadesse nella trappola dei film storici. Infatti, solitamente, noi studiosi della storia e della letteratura restiamo delusi ed interdetti dalla poca cura e dall’inesattezza del cinema storico. La maggior parte delle volte ciò è dettato dalla volontà di guadagnare al botteghino piuttosto che realizzare un prodotto di qualità. Questo è esattamente ciò che Nolan non ha mai fatto ed è ciò che lo rende unico. Celebre è ormai la sua scelta di girare gran parte dei suoi film in IMAX 70 mm, una tecnica dispendiosa ma sicuramente più qualitativa. L’amore di Chris per il cinema emerge ogni volta che negli speciali behind the scenes ci viene mostrato come nei suoi film organizzi le scene più spettacolari: vengono costruiti stadi da distruggere e pozzi da rendere prigioni, vengono fatti volare aerei su cui arrampicarsi. Più umanità e arte che inutili costruzioni artificiali. Anche in occasione di questo film l’autore ha dimostrato di non piegarsi alle leggi del consumismo e di non poter dimenticare la propria vena poetica.

L’operazione Dynamo, conosciuta anche come Miracolo di Dunkirk, consistette nel recupero delle truppe britanniche che nel giugno del 1940 erano rimaste sulla spiaggia francese prigioniere dell’assedio tedesco. Ci vollero molti giorni e molte vittime per arrivare al risultato finale: quasi 340 mila soldati vennero salvati e riportati a casa, grazie anche all’intervento di barche civili che attraversarono la Manica a proprio rischio e pericolo.

La storia è narrata attraverso tre punti di vista e tre diverse cronologie: una settimana sul molo, un giorno in mare e un’ora in cielo. Sarebbe stato molto facile rendere i 100 minuti di pellicola una noia mortale: ma Chris Nolan non è caduto nemmeno in questa trappola. Con semplice naturalezza viene narrato il dramma dell’esule che vede la propria patria al di là del mare e delle nuvole senza poterla raggiungere. La musica di Zimmer ci trasporta anima e corpo nella tensione emotiva e fisica di questi soldati che non possono fare altro che aspettare che qualcuno li salvi. Seguiamo le imprese eroiche degli aviatori, dei civili (giovani e anziani) che rischiano la vita per raggiungere Dunkirk e salvare i propri connazionali. Ma soprattutto seguiamo l’affanno, la stanchezza, la disperazione delle migliaia di giovani uomini condannati all’attesa. Lo spirito dell’eroismo, del patriottismo, della lotta alla tirannia sono la linfa di questo film. Sono il motivo per cui quei soldati sono lì, sono il motivo per cui i loro ufficiali non li abbandonano, sono il motivo per cui connazionali liberi da ogni obbligo rischiano la vita per riportarli a casa. La patria che risiede nei cuori dei suoi cittadini, uniti insieme nella lotta e nella vita. C’è chi non chiamato a combattere muore sognando di fare la differenza ma c’è anche chi costretto a combattere non ha più la forza di lottare. Questo è il miracolo di Nolan: riuscire a dipingere un intero popolo, un intero spirito, un’intera umanità in lotta per la sopravvivenza in una sola spiaggia e in soli 100 minuti.

Solo Sansa si salva

C’era tanta attesa per la settima stagione de Il Trono di Spade: manifesti e pubblicità non ci permettevano di dimenticare neanche per un attimo che i sette episodi della nuova stagione sarebbero andati in onda questa estate.

Ma l’attesa è stata ripagata? Il mio timore più grande era che gli ideatori della serie ci avessero abituato a una spettacolarità e a una profondità talmente tanto sorprendenti da non poterle più superare. E invece il problema è stato un altro: già dalla scorsa stagione gli show-runner Weiss e Benioff hanno portato avanti autonomamente la serie ancor prima della stesura dei libri da parte di Martin. Nella sesta stagione questo cambiamento non si era avvertito: la trama non aveva perso il suo spessore, i personaggi erano sottili e ben strutturati nella loro complessità, i colpi di scena e le battaglie continuavano a stupirci come nella prima stagione. Eppure nella settima, qualcosa l’abbiamo persa. Le prime puntate sono state intriganti: promettevano grandi e interessanti sviluppi di trama, complessi intrighi e giochi di potere, rapporti personali indecifrabili e battaglie a campo aperto. Ma la promessa è stata mantenuta? Pian piano abbiamo assistito ad un calo della tensione e di conseguenza di ciò che è il Trono di Spade. Chi è appassionato alla serie sa che la sua spettacolarità è dovuta, più che ai draghi e al fuoco, alla complessità della storia, alla sottile e non scontata psicologia dei personaggi, agli intrighi di potere e all’amorale sfarzo della lussuria. Nessuno è salvo nel Gioco del Trono: tutti possono morire, nessuno è essenziale. Tutti possono nuocere all’altro e nessuno può proteggere nessuno. Non riusciamo mai fino in fondo ad individuare la sottile linea tra Bene e Male: quando un personaggio ottiene la sua vendetta, quando un buon carattere si trasforma da vittima a carnefice, noi non capiamo fino in fondo se proviamo soddisfazione o ribrezzo. Questa è la caratteristica del Trono. Ma io questo nella settima stagione non l’ho visto: ho visto piuttosto realizzarsi tutto ciò che i fan avevano sempre voluto. Nessuno dei protagonisti è morto, il buono ha vinto sul cattivo, due personaggi giovani e belli si sono inspiegabilmente innamorati. In questo modo ho visto tradito ciò che la serie era e rappresentava: il coraggio della scelta più difficile. Il coraggio di uccidere brutalmente l’uomo più giusto e di far salire sul Trono quello più spregevole. Non fraintendetemi: non c’è niente di razionalmente bello nell’ingiustizia. Ma la particolarità di questa serie era proprio la capacità di farti vivere con tensione e ammirazione lo svolgersi di una storia ingiusta e brutale. Ingiusta e brutale così come è la vita vera. Non posso e non voglio credere che il Trono ci riservi questo anche in futuro: non posso credere che Daenerys da donna forte e indipendente si sia trasformata in un’adolescente invaghita di uno sconosciuto, non voglio credere che d’ora in avanti la serie si reggerà sugli effetti speciali dimenticando la psicologia dei personaggi e dei loro malati giochetti di potere. Perché era questo che rendeva speciale la serie, non il CGI che qualsiasi altra produzione può creare con un computer. La complessità era l’arma vincente del Trono. Le profezie, i misteri, i dubbi, la malvagità dell’inaspettato.

Gli episodi della settima stagione sembravano pasticciati, montati confusamente con l’unico scopo di fare audience. I giochetti dell’hackeraggio non sono bastati a farci dimenticare con quanta semplicità La battaglia dei bastardi o I venti dell’inverno erano riusciti a tenerci anno scorso incollati allo schermo. Gli episodi allora sembravano vere e proprie opere di cinema, che niente invidiavano alle maggiori produzioni artistiche. E adesso? Conta solo il denaro? Non conta più l’arte?

L’unica story-line che ho apprezzato in pieno è quella di Sansa. Gli Stark sono sempre stati la mia casata preferita: fieri, onesti e leali hanno affrontato con dignità gli orrori della sventura e della malvagità altrui, riuscendo sempre a sopravvivere. Si sono ripresi il Nord e finalmente si sono riuniti. Ho inoltre provato interesse fin da subito per la contorta storia fra Sansa e Ditocorto. La figura di quest’ultimo, oscura fino in fondo, aleggiava intorno a lei, proteggendola e condannandola allo stesso tempo. Sansa è sempre stata dal canto suo un’ingenua ragazzina, vittima del più forte e del più furbo: si è fidata sempre delle persone sbagliate, pagandone poi le conseguenze. L’hanno picchiata, tenuta prigioniera, ricattata, torturata psicologicamente e stuprata: tutto ciò però non l’ha sconfitta, bensì l’ha salvata. Ogni delusione, ogni sconfitta le ha insegnato a sopravvivere. Ogni colpo subito dal più forte le ha insegnato come usare contro il proprio nemico quelle stesse armi usate contro di lei. Ha imparato dai propri aguzzini come diventare a sua volta loro aguzzina. Da vittima è diventata carnefice. Da insicura e ingenua, è diventata forte e sicura di ciò che vuole. In questa stagione abbiamo temuto che cadesse vittima delle trame di Ditocorto, che già l’aveva venduta ai Bolton, e si scontrasse con la sorella Arya. E invece le Stark unite, come il padre aveva sempre cercato di insegnare loro, lo hanno battuto e sconfitto una volta per tutte. Sansa ha imparato da lui come difendersi e attaccare a sua volta. Ha imparato l’arte della scaltra furbizia e non sappiamo nemmeno fino a che punto. “Imparo lentamente. Ma imparo.” ha detto tristemente la nuova Lady di Winterfell all’annuncio della sua prima condanna a morte. Condanna eseguita dalla sorella Arya, ormai perduta nella deviazione della sanguinosa vendetta. Ditocorto amava Sansa, come amava la madre, ma l’ha tradita: ha giocato con la sua vita per ottenere il proprio scopo, forse anche solo per giocare ad un suo sadico ed erotico gioco. Ma la forza delle Stark, vittime diventate carnefici, non ha lasciato alla sua viscida natura altra occasione di ledere alla famiglia. La vendetta si è finalmente compiuta, se in modo giusto o sbagliato non so dirlo con certezza. Questo è ciò che solo il Trono sa dare. Ed è ciò che vorrei che il Trono tornasse a dare.

Per ulteriori miei articoli relativi a Il trono di SpadeIl trono delle Vittime

Il cavaliere Oscuro Il Ritorno

nospoiler

La trilogia del Cavaliere Oscuro non è un film di guerra o di mantelli, è la storia di un uomo che cadendo e rialzandosi impara a vivere la sua vita così come facciamo noi ogni giorno.
Il film inizia con un Bruce Wayne che ha ormai rinunciato a Batman, ma che soprattutto ha rinunciato alla vita. L’unica donna che abbia mai amato è morta a causa sua, non c’è più niente nel mondo per lui. Una figura molto bella è quella di Alfred: eravamo abituati ad un maggiordomo obbediente al limite del mutismo, ora invece la versione di Nolan arriva addirittura ad abbandonare Bruce nel disperato tentativo di fargli capire che la sua vita non è finita. Oramai Batman non esiste più, deve appendere maschera e mantello e rifarsi una vita vera.
La parte forse più bella dell’intero film è quella della prigionia di Bruce nel pozzo. Questa è infatti…

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Il trono delle vittime

Il trono di spade, ispirato alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin, è una serie grandiosa sotto così tanti aspetti che è difficile elencarli. Quando penso al Trono di Spade penso al bellissimo opening musicale di Ramin Djawadi, penso alla grandiosità degli effetti speciali ma anche dei sentimenti portati sullo schermo. I personaggi sono così ben descritti già nei libri che gli attori sembrano semplicemente proiezioni delle parole dell’autore. A battaglie insanguinate e omicidi sofisticati si alternano separazioni dolorose, amori impossibili e oscure profezie. Nel gioco del trono o si vince o si muore: questo ormai lo abbiamo capito. Abbiamo capito che nessuno è al sicuro: chiunque aspiri al trono dei Sette Regni deve fare i conti con nemici e amici, deve farsi furbo per il bene proprio e dei propri cari. Non basta una pagina per elencare i motivi per cui David Benioff e DB Weiss possono vantarsi di aver creato un capolavoro. Oggi voglio parlare però di un aspetto particolare della saga, un aspetto che può sembrare scontato e fuorviante ma che dietro di sé nasconde il fulcro del successo di quest’opera d’arte che è Il Trono di Spade.

La vittima diventa il carnefice. Credo che questa frase riassuma ciò che abbiamo già visto nella sesta stagione e che probabilmente sarà il leitmotiv della settima.

Che cosa abbiamo imparato fino ad ora? Abbiamo capito che i giusti e gli onesti come gli Stark cadono vittime di coloro che fanno della loro spregiudicata crudeltà la propria forza. Il potere e l’immoralità dei Lannister, dei Bolton e dei Fray vincono sugli Stark, uccidendone una parte e perseguitando l’altra. Abbiamo imparato che nessuno è al sicuro e nessuno può proteggere nessuno, tutti hanno un doppio fine e ognuno gioca per sé a scapito degli altri. Abbiamo imparato che le donne vengono vendute e violentate come merce stantia, gli uomini aspirano al potere calpestando tutto il resto e chi è nato povero o bastardo non ha un proprio posto nel mondo. Il furbo vince e il giusto subisce, insomma.

Ma che cos’è successo nella sesta stagione? Le carte in tavola sono state ribaltate. Coloro che per tutta la vita sono stati sfruttati, ignorati e calpestati hanno iniziato a sfruttare, ignorare e calpestare a loro volta. La vittima è diventata il carnefice. Potreste pensare che sia immorale: in fondo, se anche gli onesti imparano l’arte della disonestà, chi resta dalla parte del giusto? Ma il bello de Il Trono di Spade è che riesce a farti sorridere quando Arya e Sansa ottengono la loro vendetta pur a costo di perdere quell’integrità morale che fin dall’inizio abbiamo ammirato negli Stark. Integrità morale per cui è morto Ned, così come Catelyn e Robb. Adesso invece i più giovani, vittime inesorabili del più forte e crudele, iniziano a dimenticare gli insegnamenti del padre. Si vendicano dei propri nemici, uccidendo con spietata crudeltà. Riprendono ciò che è loro con la stessa ferocia con cui lo avrebbe fatto un Lannister. Ma noi sorridiamo, perché sappiamo che finalmente anche gli Stark hanno capito come giocare. Basta un solo lupo vivo e le pecore non saranno mai al sicuro: questo è il nuovo motto degli Stark. La vittima è diventata il carnefice.

Personalmente apprezzo in particolar modo la figura di Sansa Stark. L’abbiamo conosciuta quando era ancora un’ingenua e viziata ragazzina. Disprezzava ciò che aveva come se non fosse stato abbastanza e sognava di avere sempre di più: di sposare un principe e di vivere nel lusso e nella ricchezza. Ma andando incontro a questo suo sogno, Sansa ha scoperto la cruda realtà. Cresciuta vittima dei soprusi di chiunque le avesse ispirato fiducia, ha imparato il prezzo della solitudine. Ha imparato che nessuno può proteggere nessuno: siamo tutti soli e l’unica arma che abbiamo è l’attacco. Mi ha emozionata vedere la stessa ragazza che nella prima stagione si stizziva quando qualcosa non andava come voleva combattere per riprendere il Nord, la sua casa e il suo regno. Mi ha emozionata vedere quell’oscuro sorriso sul suo volto nel momento in cui lascia che i mastini di Bolton, suo stupratore, divorino il proprio padrone. La vittima è diventata il carnefice.

Sansa non è l’unica Stark interessante. Abbiamo conosciuto Arya quando era solo una bambina. L’abbiamo vista peregrinare dopo l’assassinio del padre, della madre e del fratello. Una bambina così innocente è costretta a vedere la propria famiglia massacrata. In Arya nasce allora un bisogno di truce vendetta che la porterà a seguire un percorso di deviazione e sadismo. Prima affiliata ad una setta di assassini soliti a spersonalizzarsi come semplici sicari, scopre di non poter dimenticare la propria origine e decide quindi di ottenere vendetta. Probabilmente è proprio Arya la nuova psicopatica della serie, data la soddisfazione che prova nel massacrare i nemici. E anche qui chi non segue la serie potrebbe obiettare che ciò non sia un buon percorso: chi invece ha visto ciò a cui Arya è stata costretta ad assistere, ciò che ha dovuto perdere e ciò che ha superato non può non apprezzare il realismo con cui il suo personaggio si è evoluto. Chi ha deciso che chi supera una prova debba per forza impararne il lato positivo? A volte può capitare che se ne impari il lato più oscuro, quello che ti può permettere di sopravvivere a scapito degli altri e non solo: Arya nell’uccidere i propri nemici prova la stessa soddisfazione sadica che hanno provato loro nell’uccidere i suoi cari. Il nord non dimentica e la vittima è diventata il carnefice.

Abbiamo conosciuto Daenerys Targaryen quando anche lei era solo una bambina: suo fratello l’aveva venduta come merce di scambio ad un re che poteva offrirgli un esercito per riprendere il trono. La seguiamo mentre cresce, inciampi e vittorie incluse. Gli anni passano e Daenerys non è più una bambina che qualcuno può permettersi di vendere: è una regina, una regina che sta attraversando il mare per distruggere la ruota del Gioco e prendere la corona che le spetta.

Che dire di Cersei Lannister? E’ una donna crudele, senza scrupoli. Uccide chiunque si pari davanti a lei. Sembra una donna di ghiaccio, eppure qualcosa prova. Prova un infinito amore per i propri figli, figli che le vengono portati via troppo presto. Andata in sposa ad un uomo che la disprezzava, è stata svalutata dal padre e condannata da una profezia a vivere nel sospetto anche delle persone a lei più care. Umiliata pubblicamente e spogliata dell’onore di cui tanto si vantava, ha ordito una vendetta spregiudicata contro ogni suo nemico. Persino il suo caro fratello-amante la teme. Eppure, Sansa la stima e la imita.

Tutti i personaggi che ho esaminato sono donne. Potreste pensare che si tratti di femminismo ma non è così. Sempre più spesso assistiamo a scene commercialmente femministe: donne forti e indipendenti che sembrano divorare il mondo ma che poi rivelano un animo debole e fragile. Questo sarebbe un ritratto realistico e lusinghiero della donna? Dimostrare come anche le donne che sembrano forti siano in realtà delle femminucce deboli che aspettano il soccorso dell’uomo forte? Non c’è niente di più offensivo per una donna delle agevolazioni e dei riguardi. Una donna può avere tutto ciò che vuole esattamente come l’uomo: questo dovrebbe essere il femminismo. Riconoscere che partendo dallo stesso punto uomo e donna possono ottenere gli stessi risultati, contando sulla propria determinata forza e su niente altro. Il Trono di Spade ci racconta la storia di donne giovani e fragili, vittime di un mondo maschile che le sfrutta e le spezza. Queste donne giovani e fragili però, invece di commiserarsi e invocare la difesa altrui, prendono in mano il proprio destino e contando solo sulla propria forza e sull’amara esperienza del dolore reagiscono entrando come autori e non vittime nel mondo maschile. Non parliamo né di figure eteree né di femmes fatales: parliamo di vittime che sulla propria pelle hanno scontato il prezzo della debolezza finché non si sono abbassate al livello dei loro persecutori così da vendicarsi schiacciandoli. Le donne sono entrate nel gioco degli uomini e hanno intenzione di distruggerlo. La vittima è diventata il carnefice.

Quanto abbiamo scherzato sul destino misero e sventurato della famiglia Stark? Abbiamo assistito a stragi ed esecuzioni ingiuste, a omicidi e stupri, a maltrattamenti e perdite insopportabili. Pian piano tutto ciò ha reso i nostri Stark più consapevoli: Jon, Sansa, Arya e persino Bran hanno imparato che cosa sia la vita e rinnegando l’ingenuità infantile che li marcava si sono trasformati negli artefici del loro destino. Il nord non dimentica: le insegne degli Stark sono tornate a Grande Inverno e noi non possiamo dire con certezza se ciò sia accaduto nel modo giusto o sbagliato, se i motivi fossero giusti o traviati dal bisogno di vendetta, se nel futuro gli Stark saranno ancora insieme uniti nella giustizia oppure no. Ma non ci importa, perché dopo tutto ciò che hanno passato siamo felici di vedere la vittima diventare il carnefice. Gli Stark si stanno riunendo e adesso i loro nemici tremano. La vittima è diventata il carnefice.

Questa è una delle più belle caratteristiche della serie: noi come i personaggi stessi non siamo sicuri di quanto sia giusto ciò che accade, di quanto sia giusto che una ragazzina sgozzi con un sadico sorriso un uomo che le ha fatto del male, di quanto sia giusto che sua sorella faccia sbranare il proprio persecutore dai suoi stessi mastini. Sappiamo però che non sarebbe realistico rappresentare le vittime che perdonano i loro carnefici e i sopravvissuti che dimenticano i caduti. Non sappiamo ciò che accadrà e forse non capiamo fino in fondo nemmeno ciò che è già accaduto: non capiamo i motivi, non capiamo quanto in fondo una vendetta sia malata ma riusciamo a percepirne la complicata bellezza. Riusciamo a toccare con mano la scelta di ciò che è meno bello ma più reale, meno giusto ma più umano. I nostri paladini si stanno trasformando nei carnefici? Solo il tempo potrà dirlo, ma intanto plaudiamo al crudo realismo e alla sincera spontaneità della scelta più difficile. 

Collateral beauty

Ci sono film che fanno ridere e altri che fanno piangere. Troppo spesso alcuni sono fatti esclusivamente per commuovere, senza avere nemmeno cura della trama. Collateral beauty non è uno di questi. Già il fatto che dal trailer non si capisse fino in fondo la trama mi ha fatto sperare che questo non fosse solo un film ”utile” bensì un prodotto d’autore. E ci avevo indovinato. [SPOILER]
Il film racconta la storia di Howard (Will Smith) che ha perso la figlia due anni prima. Da quel momento si rifiuta di lavorare o parlare con i colleghi: l’agenzia sta fallendo e ciò costringe i soci in affari a prendere in mano la situazione. Kate Winslet, Edward Norton e Michael Pena scoprono che Howard ha spedito delle lettere a quelli che un tempo definiva i pilastri della vita umana: Amore, Morte e Tempo. ”Desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte.”: questo diceva anni prima Howard. Le lettere sono piene di odio e risentimento e i tre decidono di ingaggiare degli attori che interpretino questi tre concetti davanti ad Howard, così da poter immortalare il suo tracollo e usarlo per estrometterlo dalla società. I tre attori (Keira Knightley, Helen Mirren, Jabob Latimore) interagiscono con Howard, facendogli credere di essere angeli: spaventato, decide finalmente di entrare nel gruppo di sostegno per genitori in lutto e lì conosce Madelaine (Naomie Harris). Questa giovane donna ha perso la figlia Olivia di soli sei anni per un tumore al cervello, ha divorziato dal marito che ancora ama e porta con sé il biglietto che lui le scrisse il giorno del divorzio ”Se solo tornassimo ad essere estranei”. Il rapporto con Madelaine sembra curativo per Howard, che però ancora non riesce a parlare della figlia.
Il lampo di genio del film arriva adesso: ognuno dei tre soci lavora con uno dei tre attori e ciò cambierà le loro vite. Whit affianca Aimee (Amore), Simon affianca Brigitte (Morte) e Claire affianca Raffi (Tempo). Aimee aiuta Whit a capire il vero significato dell’amore e lo spinge a prendere il coraggio di stare accanto alla figlia, nonostante lei lo rifiuti. Brigitte aiuta Simon ad accettare il proprio cancro e a parlarne con la moglie. Raffie aiuta Claire a capire che non è mai troppo tardi per essere madre: basta amare un’altra persona con l’istinto che solo una madre ha. Amore, morte, tempo. Ma questi attori non saranno mica davvero angeli?
Il piano funziona: Howard capisce, nonostante il tradimento, le ragioni dei colleghi e lascia la società. La vigilia di Natale, va a casa di Madelaine e qui scopriamo il secondo lampo di genio del film: lei lo costringe a guardare un video della propria bambina, Olivia, mentre gioca col padre. Finalmente capiamo: Olivia, di soli sei anni, è morta due anni prima lasciando senza speranze la madre Madelaine e il padre Howard. Un po’ il disperato dolore e un po’ la necessità di ripartire da zero hanno reso i due estranei l’uno all’altro. ”Se solo potessimo tornare ad essere estranei” diceva il messaggio: potrebbe questo averli aiutati a ritrovarsi di nuovo? Howard riesce finalmente ad accettare la morte della figlia, pronunciando il suo nome. I due si abbracciano, di nuovo insieme nel dolore. Un giorno mentre camminano nel parco, Howard vede i tre attori guardarlo, ma quando la moglie si volta sono spariti. Erano davvero angeli?
Sono stati loro a permettere ad Howard di affrontare il proprio lutto? Due anni prima, mentre aspettava davanti alla camera della figlia, una donna (Brigitte) si era avvicinata a Madelaine e le aveva detto di cercare di apprezzare la bellezza collaterale.
Ma che cos’è questa bellezza collaterale? E’ tutto ciò che ci circonda, ciò che tocchiamo e respiriamo. Come esseri umani siamo irrimediabilmente connessi all’universo intorno a noi, sorretti da tre pilastri: Amore, Morte, Tempo. Desideriamo l’amore, vorremmo più tempo, temiamo la morte. E nel mezzo che cosa c’è? Tanto, tanto dolore. Tante cadute e delusioni. Ma anche tanti sorrisi e tante risate. L’amore è dentro ogni cosa, il tempo si fa rincorrere ma a volte si ferma, la morte non sempre vince.
Pensavo che avrei visto un film sulla morte e invece ho visto un film sull’amore. La forza dell’amore che vince su tutto: vince sulla paura di un padre davanti alla figlia che lo rifiuta, vince sulla paura di una donna di non diventare mai madre, vince sulla paura di un giovane uomo di morire. L’amore vince sul dolore, sull’atroce ricordo di ciò che si è perso. L’ultima scena del film ritrae due genitori che hanno perso la figlia e che adesso, mano nella mano, cercano di tornare a vivere,insieme. L’amore vince su tutto.

The nice guys

Da Shane Black, ideatore dell’epica coppia poliziesca di Arma Letale, non ci si aspettano grandi trame o drammatici sentimenti, tuttavia The Nice Guys non lascia affatto delusi.
Il film è la storia di una coppia insolita di investigatori che nel 1977 cercano una ragazza scomparsa. Russel Crowe interpreta il classico giustiziere privato irascibile e a volte violento. Ma è il personaggio di Ryan Gosling la macchietta più riuscita: un detective privato con una figlia a carico, avido di denaro e spesso ubriaco. Lo vediamo nuotare nelle vasche per interrogare delle ragazze-sirena, cadere giù per una collina e poi in una piscina. La scena più riuscita è forse quella in cui March, aka Gosling, minaccia Healy, aka Crowe, dalla tazza del water: vederlo dimenarsi fra la pistola, i pantaloni e il giornale per coprirsi è un autentico spasso. Per non parlare dei suoi gridolini isterici ogni volta che vede del sangue o che ha paura. La parte finale, che solitamente nelle commedie è più lenta e noiosa, non riserva meno comicità rispetto all’inizio: la scena di Nixon o l’ossessione di March per Hitler sono chicche originali, di quelle che ti spingono a chiederti ”Ma come gli sarà venuto in mente?”. E non è forse questo che dovrebbe pensare chi guarda un film comico?
Il dubbio che sorge è però questo: è una commedia o è un film banale di cui è stato reso protagonista un personaggio molto ben fatto? Perchè, se togliamo Gosling, togliamo il divertimento. La trama, del resto, non ha certo una gran strutturazione. Alla fine delle due ore però non ti importa nè della trama ben strutturata nè dei dubbi amletici sulla comicità del film senza Gosling: hai riso e ti sei divertito almeno per un po’.
La cosa che più delude, infatti, è che avremmo potuto ridere di più: come spesso accade, gran parte delle scene divertenti è stata anticipata dai trailer. Vediamo un film se il trailer ci promette qualcosa, è vero; ma se ci aspettiamo ciò che ci è stato promesso e poi vediamo solo ciò che già sappiamo, dov’è il divertimento? Il film, tutto sommato, è molto piacevole: in una perfetta atmosfera anni 70, questi due matti strampalati ci regalano due ore di sincere risate, il che non è affatto poco!

La teoria del La La

La La Land e La teoria del tutto sono due dei miei film preferiti. Mi sono chiesta il motivo e subito ho capito che entrambi mi comunicano quel qualcosa in più che spesso cerchiamo nel cinema e raramente troviamo.
La prima parola che mi viene in mente quando penso a entrambi è magia. La magia dell’innamoramento, spontaneo e naturale nella sua logica semplicità. La magia della passione, la passione per le stelle e i buchi neri, la passione per la musica e la letteratura, la passione per il jazz e per il cinema. Ci innamoriamo di chi ci trasporta in un altro mondo raccontandoci cose che non sappiamo, facendoci apprezzare ciò che non conoscevamo. Ed è questo che succede in entrambi i film: due persone romantiche e sognatrici si incontrano e si scontrano, in un infinito ballo d’amore.
Purtroppo però la magia non dura per sempre, nella vita di tutti i giorni l’amore, la passione e i sogni devono fare i conti con l’asprezza della realtà. Ed è per questo motivo che questi due film sono meravigliosi: entrambe le coppie protagoniste vivono con intensa sincerità un amore unicamente profondo finché non sono costretti a scontrarsi contro la realtà e contro loro stessi. Jane vive per il marito, mettendo da parte se stessa, il proprio tempo e la propria persona; Mia e Seb non riusciranno a realizzare i propri sogni se resteranno insieme. Arriva il momento della scelta, la scelta fra se stessi e l’amore per l’altro. Il peso della libertà non cercata ma desiderata diventa insopportabile, un amore tanto bello è diventato sacrificio e rinuncia di sé.

Tutti pensiamo che lo scopo della vita sia trovare qualcuno, quel someone in the crowd che ti faccia fiorire davvero nella persona che puoi e vuoi essere. Magari poi nella realtà scopri che proprio quel rapporto tanto amato e sognato ti priva della tua libertà. Pensiamo che una volta trovato l’amore, tutto sarà perfetto e saremo felici. Ma poi i nostri sogni si scontrano con la realtà e dobbiamo fare i conti con la sconfitta e la delusione. Siamo costretti a scegliere fra noi stessi e l’altro, tra l’illusione della felicità e la vera e cruda realtà. Ci accorgiamo che anche se abbiamo trovato la nostra metà, forse stavamo meglio separati, in costante ricerca di ciò che ci completi, ignari o consapevoli di averlo già trovato e abbandonato. E’ un atto di coraggio o di paura? Non so dirlo, mi piace chiedermelo anche se non so darmi una risposta. Credo che il bello sia proprio questo: non sappiamo cosa sia giusto o sbagliato, sappiamo a malapena cosa ci renderà felici e cosa no, ma ci proviamo. Proviamo a realizzare i nostri sogni, a realizzare noi stessi così da inseguire quella che chiamiamo felicità. Ma che cos’è poi questa felicità, sta alla vita dircelo.