Io uccido

Solitamente scrivo di film e serie tv ma di recente ho letto un libro troppo bello per non parlarne. Da anni volevo leggere Io uccido di Giorgio Faletti ma non ne avevo mai avuto l’occasione. Pochi giorni fa mi sono decisa e, beh, l’ho divorato.

A noi amanti dei film piace poter vedere con i nostri occhi la storia prendere vita. Ci piace gustare le immagini nella loro armoniosa visività, ci piace apprezzare la loro architettura e lasciarci travolgere dalla loro dinamica successione. Questo purtroppo il più delle volte nei libri non lo possiamo fare ed è forse per questo che sempre troppo spesso la carta viene messa da parte in favore di uno schermo.

Ma Giorgio Faletti di questo libro non è solo lo scrittore bensì anche il pittore, lo scultore e il regista. Leggendo le sue parole i miei occhi hanno effettivamente visto la storia prendere vita, ho gustato le immagini, ho apprezzato la loro visività e la loro armonia. È stato come essere al cinema. È stato come essere dentro al mondo che veniva descritto.

La suspense mi ha totalmente rapita. Il ritmo incalzante della storia, la concitazione delle scene d’azione coinvolgenti quanto spiazzanti. Mi sono trovata sul bordo della sedia come se fossi stata su una poltrona davanti al grande schermo del cinema. Ho sentito la tensione dello spettatore davanti alla paura dei protagonisti, ho vissuto con loro la storia e ho visto con i miei occhi ciò che vedevano i loro.

I colpi di scena, la trama intricata e complessa fanno invidia ai più grandi thriller e gialli. Ma Io uccido è molto di più. I protagonisti non sono solo personaggi letterari. Sono persone reali con reali sentimenti ed emozioni, reali debolezze e fragilità, reali follie e malvagità.

La storia racconta di un agente dell’FBI che insieme alla Polizia di Montecarlo dà la caccia ad un serial killer che compie crimini particolarmente violenti. Ma non è così semplice. Frank Ottobre non è solo un agente speciale dell’FBI, un americano casualmente in vacanza nel luogo dei delitti. Frank è un uomo a pezzi, distrutto dalla vita e dalla morte, dai rimpianti e dai sensi di colpa. A Montecarlo ci è andato per fuggire dalla vita e sorprendentemente proprio lì sarà costretto a fare i conti con quello che la vita non può smettere di essere. Dolore e amore. Frank dovrà fare i conti con i propri fantasmi del passato per poter sopravvivere al proprio presente e riuscire a guardare al futuro. Solo accettando i propri limiti e i propri errori potrà imparare a conviverci. Proprio in questo Frank potrà scoprire di non essere solo: molti come lui stanno vivendo un dolore altrettanto grande e stanno combattendo i propri fantasmi. Fantasmi forse diversi ma ugualmente atroci e troppo orribili da sopportare.

La contorta e demoniaca mente del serial killer viene piano piano scoperta e studiata con la fredda oggettività di chi riesce a capire che dietro alla sua malvagia malattia ci sono tanto dolore e tanta sofferenza. Il colpevole è anche vittima, il mostro è anche uomo. Ciò non addolcisce la sua malvagità, non giustifica i suoi crimini e non allevia le sue colpe. Ma un viscerale senso di pietà non può che nascere dentro di noi davanti alla devastazione che il male può causare in una mente debole e malata. Un male che non colpisce solo i buoni ma anche i cattivi, un male che avvelena e lacera chi ne soffre, un male che distrugge l’anima delle persone e le riduce a strumenti del male stesso.

L’attenzione nel dipingere i ritratti dei personaggi e nel caratterizzare la loro interiorità, il loro modo di essere e di vivere rende questo libro un capolavoro. Un capolavoro non solo come thriller e come giallo ma anche e soprattutto come dipinto dell’umanità. L’umanità che è in noi e l’umanità che purtroppo molto spesso manca. L’umanità che talvolta perdiamo o scegliamo di perdere. L’umanità che ci ferisce e ci lascia soli. Io uccido è un libro di indagine. Un’ indagine fatta da agenti di polizia alla ricerca di un serial killer ma anche un’indagine fatta dagli uomini alla ricerca di se stessi. Alla ricerca di chi erano e chi non sono più ma soprattutto alla ricerca di chi possono ancora essere.

Una cosa che Frank Ottobre dice ad un certo punto mi ha colpito particolarmente e penso che possa riassumere a pieno l’aspetto che più mi ha affascinata del libro.

“Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male.”

Frank Ottobre

Questo è ciò che accade a molti dei personaggi del libro e pure a noi nella vita di tutti i giorni. Le cose brutte capitano e quando capitano possiamo e dobbiamo scegliere se fuggire o affrontarle. Possiamo fuggire a Montecarlo come Frank annegando nell’oblio il dolore del ricordo. Oppure possiamo scegliere di affrontare i nostri fantasmi e permettere loro di cambiarci. Se in bene o in male però sta a noi deciderlo. Nessuno lasciandosi trasformare dal male subito è divenuto lui stesso agente del male ma Frank al contrario potrà scegliere di aiutare se stesso e gli altri a guarire da un male che sembra inguaribile.

Una seconda opportunità, una seconda scelta. Il libro parla anche di questo. Parla di come decidiamo di rispondere a ciò che ci capita, parla di cosa possiamo scegliere di fare e di essere nella nostra vita. A prescindere dal bene o dal male che ci è stato fatto sta a noi scegliere da che parte stare. Se fare del male o del bene, se restare indifferenti o agire perché le cose cambino. Perché siano diverse dall’ultima volta, perché siano migliori. Una seconda opportunità, una seconda scelta.

Consiglio Io uccido a chi come me lo ha sempre voluto leggere ma non lo ha mai fatto e soprattutto lo consiglio a chi nemmeno ci ha mai pensato. Resterete incollati a quelle pagine ora dopo ora, entrerete nella mente dell’assassino ma anche nella mente di chi gli dà la caccia. Accompagnerete il protagonista e le persone intorno a lui in un cammino di crescita e rinascita, tra vittorie e sconfitte, perdite e conquiste.  

Suburra

Se state cercando una serie tv dal ritmo incalzante, una storia che vi prenda talmente tanto da non riuscire a fermare la riproduzione Suburra fa al caso vostro!

La credibilità e la profondità della serie si reggono molto sulla bravura di Alessandro Borghi, giovane e promettente stella cinematografica italiana. Gli occhi folli eppure così tristi del suo Aureliano sono un simbolo di questa serie ma non sono il solo.

Spadino, Lele, Angelica, Nadia, Amedeo. Tutti personaggi che sembrano solo nomi eppure la storia personale di ognuno di loro è articolata, complessa e a suo modo bella. Piena di dolore, rimorsi e rimpianti, voglia di riscatto, sensi di colpa, paura e coraggio. Le sfumature nel carattere dei singoli personaggi e la complessità dei rapporti tra di loro rendono tutto più reale e torbido: gli scatti d’ira ma anche i ragionati calcoli, le vittorie ma anche le sconfitte, le angosce e le perdite più dure.

Intrighi e giochi di potere. Questo è Suburra. La Roma cruda, la Roma nascosta ma nemmeno troppo se sai dove guardare. Un mondo sotterraneo fatto di menzogne, bugie, odio e rabbia.

Suburra però è anche altro. È la disperata angoscia di chi vorrebbe non aver fatto ciò che ha fatto, è la malvagità di chi ancora non ha finito di far del male agli altri ed è la solitaria amarezza di chi è caduto vittima di questo male marcio e putrido da cui nemmeno i carnefici possono salvarsi. Un male che avvelena, logora e distrugge tutto ciò che tocca.

“Qui non si salva nessuno”

Ed è così. In Suburra non si salva nessuno. Pochi sono i personaggi positivi, altrettanti invece sono i personaggi negativi. Alcuni possono catturare la nostra simpatia, altri possono muoverci a pietà e persino spingerci alla comprensione ma nessuno di loro si salva. Tutti hanno le mani sporche e la coscienza ancora più sporca.

In mezzo a tutto questo sporco però con timida fievolezza si fa spazio una piccola luce: un sentimento di amicizia e di lealtà dove sembra impossibile che tali sentimenti nascano e soprattutto sopravvivano. Persone diverse eppure così simili che trovano proprio nella loro diversità la loro somiglianza. Un motivo comune per combattere, per vivere o morire.

Ma in Suburra comunque nessuno si salva e questo dobbiamo sempre tenerlo a mente.

P. S. (Post Scriptum ma anche Piccolo Spoiler): nella serie che nasceva come prequel al film del 2015 molte cose sono state cambiate e io personalmente ne sono stata assai felice perché il film non mi piacque per niente!

Qui il link del trailer della prima stagione: https://youtu.be/5GcC9kduhO4 .

Tutte e tre le stagioni (complessivamente 24 episodi di circa un’ora l’uno) sono disponibili su Netflix.

WandaVision

La prima impressione che il trailer di WandaVision ha suscitato in me è stata “WHAT?”.

Era tutto così strano. Le ambientazioni, il clima, le scene, la storia, i personaggi. Poi quando ho visto il primo episodio tutto è stato chiaro.

L’idea di fondo poteva essere assurda e persino ridicola e invece io l’ho trovata originale e accattivante. Forse non era molto in stile Marvel ma in fondo chi ha deciso cosa è normale e cosa no in un mondo di alieni, supereroi e salti spazio-temporali?

Il personaggio di Wanda mi piace moltissimo fin dalla sua prima apparizione: trovo che la sua storia sia molto bella e che sia altrettanto bella la sua evoluzione. L’interpretazione di Elizabeth Olsen rende davvero spettacolare e a tratti commovente il pathos e la complessità del personaggio: i suoi sguardi, i suoi movimenti e le sue emozioni rendono Wanda un vero mistero…e una vera badass.

Il trauma che Wanda ha dovuto affrontare, i diversi lutti che hanno segnato la sua vita, il dolore, la disperazione, la solitudine. Tutto ciò ha portato la sua mente a cercare un rifugio e noi ci perdiamo in questo suo disperato e insensato tentativo di non sentire più dolore, di essere di nuovo felice. Come lei ci illudiamo ma come lei poi dobbiamo fare i conti con l’inevitabile realtà dei fatti. Non si può sfuggire alla verità ma ci vogliono coraggio e forza per accettare che la vita è quella che è.

La prima parte della stagione mi è piaciuta molto per questo approfondito e intimo viaggio nell’animo di Wanda mentre la seconda parte mi ha purtroppo un po’ delusa. Episodio dopo episodio era cresciuta in me la curiosità, ipotizzavo teorie e attendevo con ansia le risposte alle mie domande. Ecco, sono rimasta un po’ delusa perché ho sentito che la mia attesa non è stata ripagata come avrebbe potuto. Gli spunti erano buoni e la storia poteva davvero essere bella e originale ma ad un certo punto è stata come banalizzata e ho avuto la fastidiosa impressione di un finale “tirato via” e poco curato. Non si può costruire un mondo così complesso e articolato e lasciarlo svelare e sgretolare in pochi minuti come se niente fosse. Non si può portare un personaggio all’estremo delle sue potenzialità e poi farlo rientrare in uno stucchevole cliché.

Tante cose secondo potevano essere trattate diversamente e altrettante dovevano essere svolte in modo migliore. Questa serie insomma mi ha delusa nel complesso perché non è stata bella come avrei sperato e come avrebbe potuto essere. Ciò nonostante è assolutamente meritevole di esser vista perché senza dubbio è originale, emozionante e divertente. E Elizabeth Olsen è veramente spettacolare!

Qui il trailer della serie: https://youtu.be/FJt4pHxZo0s

Die Hard

Se siete nati tra gli anni 80 e gli anni 2000 non potete non aver visto almeno una volta Die Hard. Almeno una volta vi sarete imbattuti in uno dei film della saga trasmessi e ritrasmessi sui canali tv. Almeno una volta avrete sentito un riferimento in un film o in una serie tv americana.

Io che sono nata negli anni 90, da piccola guardavo spesso la tv la sera con la mia famiglia e tuttora divoro serie tv e film americani vedo Die Hard come una specie di mito indiscusso. Un colosso, una storia e un film diventati ormai leggenda.

I film della saga sono ben 5 ma senza dubbio il più famoso ed iconico è il primo: Trappola di Cristallo. Alcune scene e alcune battute sono entrate nella storia del cinema e persino nel gergo quotidiano talvolta.

Yippee Ki Yay Motherfucker!

(o come dice Charles Boyle in Brooklyn Nine-Nine: “Yippie Kayak other Buckets!”)

Il buono – un po’ fuori di testa – John McClane (Bruce Willis) e il cattivo – spietato ma quasi simpatico – Hans Gruber (Alan Rickman) sono diventati i prototipi del bravo poliziotto e del terrorista senza scrupoli. Anche gli altri film della saga però non sono da meno in quanto ad azione, intrattenimento e divertimento. Dopo Trappola di cristallo (1988) ci sono stati 58 minuti per morire (1990), Duri a morire (1995), Vivere o morire (2007), Un buon giorno per morire (2013). Accanto all’incredibilmente simpatico Bruce Willis (e perché no pure bonazzo) si sono susseguiti attori del calibro di Franco Nero, Samuel L. Jackson e Jeremy Irons.

Lo schema della trama è più o meno sempre lo stesso: il poliziotto John McClane è nei guai con il lavoro o con la famiglia a causa del suo difficile carattere, per un motivo o per un altro si imbatte nei cattivi che alla fine a modo suo riesce a battere. Ok che non è la trama più originale del mondo e ok che è un po’ la classica americanata. Ma proprio per questo Die Hard è entrato nella storia! Tra un inseguimento in macchina, una scazzottata e una sparatoria non staccherete un attimo gli occhi dallo schermo e tra una battuta e l’altra non potrà che scapparvi una bella risata. Assicurato! C’è un motivo se Die Hard viene considerato un film cult (e solo per questo varrebbe la curiosità di provare a vederlo se non lo si fosse già fatto): ci si diverte e pochi personaggi di azione fanno divertire come John McClane.

Undici, stai ascoltando?

Aspettiamo la quarta stagione di Stranger Things da quasi due anni e a causa dei ritardi dovuti al Covid l’attesa non è purtroppo ancora finita. Non ci rende certo più pazienti questa geniale campagna pubblicitaria portata avanti dagli autori: sono bastati infatti i pochi brevi video pubblicati a farci andare letteralmente in brodo di giuggiole. Più passa il tempo e più diventiamo impazienti. Ci poniamo domande, facciamo supposizioni strampalate e intanto l’impazienza cresce ancora e ancora.

Qui i link dei due video fino ad ora pubblicati:

Dalla Russia con Amore: https://youtu.be/cOfvYJQAhzQ

Undici, stai ascoltando?: https://youtu.be/V0GHTjGn14E

Ben poco sappiamo di ciò che accadrà e di ciò che potrebbe accadere: sappiamo una cosa importantissima in cui tutti speravamo e di cui però non parlo per il rischio di spoiler (MA AVETE CAPITO A COSA MI RIFERISCO!). Stranger Things del resto è così. Siamo arrivati alla quarta stagione e mai una volta fino ad ora abbiamo visto succedere qualcosa che ci eravamo aspettati: tutto ci ha sorpresi, divertiti, emozionati e…spaventati.

Per chi non avesse mai visto nemmeno un episodio di questa magnifica serie (WHAT?) ecco il trailer della prima stagione per invogliarvi a rimediare subito e rendervi impazienti insieme a noi altri: https://youtu.be/ZFlPFCd-K5k .

La prima volta che decisi di provare la serie lo feci perché ero curiosa di vedere ciò di cui tutti parlavano ma già a metà del primo episodio sapevo che non sarei riuscita a fermarmi. Sapevo che volevo vedere come la storia sarebbe andata avanti, come sarebbe finita, cosa sarebbe successo nel frattempo. Volevo seguire i personaggi e le loro avventure e sapere con loro cosa sarebbe successo dopo. Tante cose rendono speciale questa serie: la storia originale, appassionante ed avvincente, gli effetti speciali formidabili, la scrittura accuratissima, il ritmo incalzante, la musica inquietante, la suspense raggelante. E poi la cosa in assoluto più importante e commovente della serie: l’amicizia.

Amicizia tra bambini, tra adulti, tra adulti e bambini. L’amicizia che nasce (non scontata) tra persone diverse ma in un certo senso simili, l’amicizia che cimenta il sentimento e ti rende una persona migliore, l’amicizia che ti rende coraggioso davanti al pericolo e alla paura, l’amicizia che ti rende parte di qualcosa più grande di te.

Ecco, noi ci siamo ritrovati parte di qualcosa più grande di noi. Qualcosa che talvolta non capiamo e vogliamo indagare meglio insieme ai protagonisti, qualcosa che talvolta invece ben conosciamo e ci fa sentire a casa. Io infatti ho rivisto più volte tutta la stagione per intero perché vi percepisco sempre il senso di casa, amicizia e famiglia che spesso si vedono rappresentati in tv e al cinema ma che raramente si sentono così sinceri e vicini a noi.

NON VEDO L’ORA DI TORNARE AD HAWKINS E SOPRATTUTTO NEL SOTTOSOPRA!!!!

Marvel Studios celebra i film

Avete visto il nuovo video rilasciato dalla Marvel?

Se non lo avete ancora visto correte subito a rimediare (e preparate i fazzoletti)!

Qui il link: https://youtu.be/4URY9ei3fwU

Qualcuno dice che i film Marvel non sono vero cinema e io non posso essere meno d’accordo. Non è cinema quello che ti emoziona? Che ti fa ridere e ti fa piangere? Che ti porta in sala con amici e parenti dopo mesi di intrepida attesa? Che ti fa esultare e saltare dalla sedia? Che ti diverte? Che ti dà i brividi? Il cinema è spettacolo, è sentimento, è azione e emozione. Io nei film Marvel ho sempre visto questo: ho pianto, ho riso, mi sono divertita e soprattutto emozionata. Questo secondo me è il cinema e questo secondo me sono i film Marvel.

“È necessario evadere per perdersi in una storia, per sentirsi uniti, per condividere dei momenti che ricorderemo per sempre.”

Mi manca andare al cinema per vedere un film Marvel e non vedo l’ora che esca Black Widow il 9 luglio (qui il trailer: https://youtu.be/sT2mSZCIpK4) per poter provare di nuovo quell’emozione unica. Aspettare la fine dei titoli di coda per una scena più o meno importante. Cogliere i collegamenti tra un film e l’altro. Farmi trascinare in un mondo nuovo, diverso, perché no migliore.

Ci aspetta l’intera Fase 4 del MCU e di seguito trovate titoli e date di uscita:

Fonte: Rotten Tomatoes

Fino ad ora più di 3000 minuti di una saga infinita che già con la sola sua musica può farci sentire parte di un universo parallelo e grandissimo dove tutti possiamo essere tutto. Perché “il mondo può cambiare ed evolversi ma l’unica cosa che non cambierà mai è che facciamo tutti parte di una grande famiglia”.

CI VEDIAMO AL CINEMA!

Eccomi di nuovo!

Eccomi di nuovo!

Non scrivo da molti mesi e chi mi conosce sa quanto ciò sia strano (e anche grave) per me.

Questo è senza dubbio un (lunghissimo) periodo difficile per tutti e purtroppo oltre che con la situazione già molto complessa ho dovuto fare personalmente i conti con una serie di problematiche personali che avrei preferito non dover affrontare. Non ho intenzione di annoiare però parlando di questo e quindi mi limito a dire che finalmente posso tornare a fare ciò che amo e ciò che mi fa star bene: scrivere. Negli ultimi tempi purtroppo ho avuto poco tempo per farlo (causa anche tesi magistrale) e ora non vedo l’ora di recuperare tutto il tempo perso.

Sono tornata e non potrei essere più felice!

This is Us

This is real. This is love. This is life.

Perché This is us è reale, This is us è amore, This is us è vita.

La delicatezza con cui la vita viene raccontata, celebrata e biasimata è commovente. I piccoli e grandi eventi che fanno di noi ciò che siamo, estranei che incontriamo lungo il percorso e diventano parte fondamentale del nostro racconto. Perché un singolo gesto, una singola parola possono cambiare tutto: possono cambiare noi, le nostre scelte, il nostro modo di vedere le cose, il nostro modo di vivere la vita.

La famiglia che resta nel bene e nel male dentro di noi, insieme a noi. La solitudine che comunque ci attanaglia, quando ci ritroviamo da soli con i nostri pensieri e le nostre emozioni. Le relazioni così complicate ma anche così belle: essere madre o padre, moglie o marito, fratello o sorella, figlio o figlia. Le rinunce e i sacrifici, gli errori e le rivincite.

Le scelte che facciamo: restare o andare, lottare o mollare, fermarsi o ripartire. Le dipendenze e le scelte sbagliate di chi non riesce a cambiare se stesso e la propria vita, di chi non riesce ad essere migliore di com’è. Il coraggio e la forza di chi comunque lotta e non si arrende. La vergogna per la propria debolezza e l’orgoglio per la forza che si scopre di avere dentro.

La gioia dell’amore, l’altruismo dell’affetto incondizionato, i grandi gesti del romanticismo. Il rimorso e il rimpianto per ciò che si è fatto e non fatto, per ciò che si è detto e non detto. Il dolore di una perdita e la gioia di un ritrovo. Lo strazio del ricordo e la speranza nel futuro. Chi vorremmo essere e chi non saremo mai, chi non vorremmo essere ma temiamo di essere. Chi riusciamo a diventare e cosa riusciamo a fare: cose belle, cose brutte, cose sbagliate ma anche tante cose giuste.

Tutto questo è This is us. Non bastano due parole per definirlo, come non bastano per definire la nostra vita: un equilibrio tra gioia e dolore, rimorsi e speranze. La paura che ci trattiene e l’amore che ci spinge.

La vita ti ha dato uno dei limoni più aspri, mi piace pensare che riuscirai a farne qualcosa di simile ad una limonata.

Questa è ormai la frase più famosa della serie ed è un insegnamento fondamentale nella vita di tutti i protagonisti. Non è ciò che proviamo a fare tutti noi ogni giorno? Non cerchiamo tutti quanti di affrontare al meglio ciò che ci accade, di trarre il meglio dal peggio? Di essere la migliore versione di noi stessi e di rendere la vita più bella possibile?

La vita è questo in fondo: un quadro variopinto in cui tutti noi viviamo, ridiamo e piangiamo. Da soli ma sempre insieme.

Perché This is us è reale, This is us è amore, This is us è vita.

Blue Bloods in lockdown

Stiamo vivendo un momento storico particolarmente difficile: ognuno di noi si è trovato ad affrontare situazioni diverse e complicate sotto molti punti di vista. Chi di noi è stato abbastanza fortunato da non essere colpito dalla disgrazia più grande ha stravolto la propria vita in più modi. In periodi come questo io sono solita chiudermi automaticamente in me stessa e riflettere sulla mia vita, su ciò che faccio e ciò che sono: mi ritrovo a mettere in discussione cose che fino a poco prima ritenevo importanti e a fare caso invece a cose che davo talvolta per scontate. Credo capiti a tutti, in fondo.

Un po’ presa dalla noia, un po’ dalla malinconia ho deciso di iniziare una nuova serie tv. Penso infatti che in situazioni di stress ognuno cerchi (e debba cercare) di fare ciò che lo fa star bene, che lo rilassa e gli dà anche un po’ più di carica nella sua quotidianità. Io per questo ho sempre potuto contare sulla tv. Credo che l’immaginazione e il mondo che questa crea non siano solo un modo di evadere, ma anche un modo di capire meglio la realtà che ci circonda e in cui a volte ci perdiamo. Vedere la vita rappresentata in un film o leggerla in un libro talvolta ci aiuta a capire cose a cui nemmeno facevamo caso, possiamo immedesimarci in qualcuno o desiderare di poterlo fare. Possiamo farci due domande, cercare di capire meglio e persino tentare di assomigliare alla miglior versione di un personaggio che ammiriamo. Possiamo sentirci meno soli e più capiti, come se anche noi facessimo parte della storia in cui siamo stati invitati (e viceversa). So per certo che non è poco, so per certo che non è cosa da poco riuscire a staccare il cervello per quaranta minuti e sentirsi un po’ meno demoralizzati quando i minuti sono passati. Quindi eccomi qui a raccontarvi come a volte anche una semplice e convenzionale serie tv possa farti compagnia e possa darti una mano ad affrontare una quotidianità difficile e delicata come quella che stiamo vivendo in questo periodo.

La serie tv in questione è Blue Bloods. Non è il mio solito genere, non è particolarmente originale né molto giovanile eppure ha sortito esattamente l’effetto che stavo cercando. La famiglia Reagan mi ha accolta nella propria vita, mi ha coinvolta nei casi che affronta e nella vita che conduce. Mi ha rilassata mentre la guardavo e mi ha rincuorata talvolta in momenti un po’ demoralizzanti. È stato l’appuntamento fisso per me e mia sorella: insieme – una bevanda in una mano e patatine nell’altra (quando riuscivamo a trovarle) – commentavamo, ridevamo, criticavamo e ci appassionavamo. Un appuntamento fisso che spesso ci ha salvato da serate altrimenti molto malinconiche, data la situazione in cui tutti noi ci troviamo.

La vita non è giusta, ma tu puoi esserlo.

Questo intendevo quando dicevo che a volte anche un mondo inventato può aiutarti a vedere la tua realtà in modo più chiaro e semplice. Questo intendevo quando dicevo che possiamo imparare qualcosa anche dalla finzione, possiamo cercare di plasmare la nostra realtà perché almeno nel nostro piccolo possa somigliare alla miglior versione di quella finzione. Questa serie tv non sarà la migliore mai realizzata né la più famosa ma a me ha fatto bene scoprirla, soprattutto in questo momento delicato. Un momento in cui mi faccio, come tutti, tante domande a cui non esistono risposte. Un momento in cui mi chiedo quale possa essere il mio ruolo, come io possa essere utile, come possa essere felice e come possa aiutare gli altri ad esserlo. Posso iniziare essendo giusta e posso iniziare tentando di rendere la vita, che non è giusta, un po’ più giusta. L’ho sempre saputo, certo, ma ancora una volta ho imparato ad apprezzare la cosa in modo diverso proprio grazie ad un mondo inventato in cui sono stata invitata. Quindi grazie alla finzione, grazie all’invenzione, grazie all’immaginazione.

Oscar 2020

Poco dopo le 5.30 italiane le luci si sono spente nel Dolby theatre e noi, come guerrieri che si riposano, siamo andati a letto. La serata è stata nel complesso piuttosto lenta e noiosa, salvo che per qualche fugace ripresa (come l’esibizione a sorpresa di Eminem). Tra una battuta e l’altra, il tema dominante è stata la stucchevole retorica (purtroppo sempre più presente ad Hollywood) e francamente non se ne può più: di (tanti) temi importanti e delicati ne hanno fatto un ritornello stantio e ormai svuotato del suo vero significato. Ma non è questo il luogo per parlarne. Concentriamoci sui premi.

Miglior film: Parasite (Bong Joon Ho)
Miglior regia: Bong Joon Ho (Parasite)
Miglior attore: Joaquin Phoenix (Joker)
Miglior attrice: Renée Zellweger (Judy)
Miglior attore non protagonista: Brad Pitt(C’era una volta a…Hollywood)
Miglior attrice non protagonista: Laura Dern (Storia di un matrimonio)
Miglior film internazionale: Parasite (Bong Joon Ho)
Miglior film d’animazione: Toy Story 4 (Josh Cooley)
Miglior corto d’animazione: Hair Love
Miglior sceneggiatura originale: Parasite (Bong Joo Ho e Han Jin Won)
Miglior sceneggiatura non originale: Jojo Rabbit (Taika Waititi)
Miglior cortometraggio: The Neighbors’ Window
Miglior scenografia: C’era una volta a…Hollywood (Barbara Ling e Nancy Haigh)
Migliori costumi: Piccole Donne (Jacqueline Durran)
Miglior documentario: American Factory
Miglior cortometraggio documentario: Learning to skateboard in a warzone (if you’re a girl)
Miglior montaggio sonoro: Le Mans ’66 – La grande sfida (Donald Sylvester)
Miglior sonoro: 1917 (Mark Taylor e Stuart Wilson)
Miglior fotografia: 1917 (Roger Deakins)
Miglior montaggio: Le Mans ’66 – La grande sfida
Migliori effetti speciali: 1917 (Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron)
Miglior trucco e acconciatura: Bombshell (Kazu Hiro, Anne Morgan e Vivian Baker)
Miglior colonna sonora: Joker (Hildur Guonadottir)
Miglior canzone: Rocketman (Elton John e Bernie Taupin con (I’m Gonna) Love me Again)

Io personalmente speravo nella vittoria da parte di Scarlett Johansson e soprattutto di Adam Driver, ma sono sicura che in futuro avranno più di un’occasione per riscattarsi. Sono delusa anche dal fatto che né Endgame né Star Wars hanno vinto nelle poche categorie in cui erano candidati. Se non meritava il premio per i migliori effetti speciali Avengers chi lo meritava? Ma ormai si sa che il cinema d’autore odia i film blockbuster. Pazienza, noi continueremo ad andare al cinema a vederli, rinunciando semmai a film di quattro ore senza arte né parte. Sarò anche cattiva ma la mia idea di cinema è diversa da questo ristretto stereotipo.

Sono molto felice invece per la vittoria di Taika Waititi per la miglior sceneggiatura non originale. Il suo film mi ha colpita per l’intelligenza, la delicatezza ma anche la leggerezza con cui è stato pensato, scritto e realizzato.

Ogni anno seguo queste cerimonie perché, si sa, sono una patita del cinema: semplicemente mi emoziona e non serve dire altro. Ogni anno ho i miei preferiti, che siano attori, attrici o registi, ma i miei “eroi” sono gli sceneggiatori. Perché trasformano un’idea in realtà, mettono su carta ogni parola e gesto che hanno in testa per trasformarli in quella realtà.  Ed è quando vedo film come Jojo Rabbit, così ben pensato e ben fatto, che mi dico che forse vale la pena di lasciarsi andare ogni tanto anche ai sogni più assurdi, di credere un po’ di più nel potere di una singola penna, di dare un po’ più di fiducia alla propria passione. Anche nel piccolo, anche solo per se stessi. Non so, a me sembra una cosa bellissima.