Il trono delle vittime

Il trono di spade, ispirato alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin, è una serie grandiosa sotto così tanti aspetti che è difficile elencarli. Quando penso al Trono di Spade penso al bellissimo opening musicale di Ramin Djawadi, penso alla grandiosità degli effetti speciali ma anche dei sentimenti portati sullo schermo. I personaggi sono così ben descritti già nei libri che gli attori sembrano semplicemente proiezioni delle parole dell’autore. A battaglie insanguinate e omicidi sofisticati si alternano separazioni dolorose, amori impossibili e oscure profezie. Nel gioco del trono o si vince o si muore: questo ormai lo abbiamo capito. Abbiamo capito che nessuno è al sicuro: chiunque aspiri al trono dei Sette Regni deve fare i conti con nemici e amici, deve farsi furbo per il bene proprio e dei propri cari. Non basta una pagina per elencare i motivi per cui David Benioff e DB Weiss possono vantarsi di aver creato un capolavoro. Oggi voglio parlare però di un aspetto particolare della saga, un aspetto che può sembrare scontato e fuorviante ma che dietro di sé nasconde il fulcro del successo di quest’opera d’arte che è Il Trono di Spade.

La vittima diventa il carnefice. Credo che questa frase riassuma ciò che abbiamo già visto nella sesta stagione e che probabilmente sarà il leitmotiv della settima.

Che cosa abbiamo imparato fino ad ora? Abbiamo capito che i giusti e gli onesti come gli Stark cadono vittime di coloro che fanno della loro spregiudicata crudeltà la propria forza. Il potere e l’immoralità dei Lannister, dei Bolton e dei Fray vincono sugli Stark, uccidendone una parte e perseguitando l’altra. Abbiamo imparato che nessuno è al sicuro e nessuno può proteggere nessuno, tutti hanno un doppio fine e ognuno gioca per sé a scapito degli altri. Abbiamo imparato che le donne vengono vendute e violentate come merce stantia, gli uomini aspirano al potere calpestando tutto il resto e chi è nato povero o bastardo non ha un proprio posto nel mondo. Il furbo vince e il giusto subisce, insomma.

Ma che cos’è successo nella sesta stagione? Le carte in tavola sono state ribaltate. Coloro che per tutta la vita sono stati sfruttati, ignorati e calpestati hanno iniziato a sfruttare, ignorare e calpestare a loro volta. La vittima è diventata il carnefice. Potreste pensare che sia immorale: in fondo, se anche gli onesti imparano l’arte della disonestà, chi resta dalla parte del giusto? Ma il bello de Il Trono di Spade è che riesce a farti sorridere quando Arya e Sansa ottengono la loro vendetta pur a costo di perdere quell’integrità morale che fin dall’inizio abbiamo ammirato negli Stark. Integrità morale per cui è morto Ned, così come Catelyn e Robb. Adesso invece i più giovani, vittime inesorabili del più forte e crudele, iniziano a dimenticare gli insegnamenti del padre. Si vendicano dei propri nemici, uccidendo con spietata crudeltà. Riprendono ciò che è loro con la stessa ferocia con cui lo avrebbe fatto un Lannister. Ma noi sorridiamo, perché sappiamo che finalmente anche gli Stark hanno capito come giocare. Basta un solo lupo vivo e le pecore non saranno mai al sicuro: questo è il nuovo motto degli Stark. La vittima è diventata il carnefice.

Personalmente apprezzo in particolar modo la figura di Sansa Stark. L’abbiamo conosciuta quando era ancora un’ingenua e viziata ragazzina. Disprezzava ciò che aveva come se non fosse stato abbastanza e sognava di avere sempre di più: di sposare un principe e di vivere nel lusso e nella ricchezza. Ma andando incontro a questo suo sogno, Sansa ha scoperto la cruda realtà. Cresciuta vittima dei soprusi di chiunque le avesse ispirato fiducia, ha imparato il prezzo della solitudine. Ha imparato che nessuno può proteggere nessuno: siamo tutti soli e l’unica arma che abbiamo è l’attacco. Mi ha emozionata vedere la stessa ragazza che nella prima stagione si stizziva quando qualcosa non andava come voleva combattere per riprendere il Nord, la sua casa e il suo regno. Mi ha emozionata vedere quell’oscuro sorriso sul suo volto nel momento in cui lascia che i mastini di Bolton, suo stupratore, divorino il proprio padrone. La vittima è diventata il carnefice.

Sansa non è l’unica Stark interessante. Abbiamo conosciuto Arya quando era solo una bambina. L’abbiamo vista peregrinare dopo l’assassinio del padre, della madre e del fratello. Una bambina così innocente è costretta a vedere la propria famiglia massacrata. In Arya nasce allora un bisogno di truce vendetta che la porterà a seguire un percorso di deviazione e sadismo. Prima affiliata ad una setta di assassini soliti a spersonalizzarsi come semplici sicari, scopre di non poter dimenticare la propria origine e decide quindi di ottenere vendetta. Probabilmente è proprio Arya la nuova psicopatica della serie, data la soddisfazione che prova nel massacrare i nemici. E anche qui chi non segue la serie potrebbe obiettare che ciò non sia un buon percorso: chi invece ha visto ciò a cui Arya è stata costretta ad assistere, ciò che ha dovuto perdere e ciò che ha superato non può non apprezzare il realismo con cui il suo personaggio si è evoluto. Chi ha deciso che chi supera una prova debba per forza impararne il lato positivo? A volte può capitare che se ne impari il lato più oscuro, quello che ti può permettere di sopravvivere a scapito degli altri e non solo: Arya nell’uccidere i propri nemici prova la stessa soddisfazione sadica che hanno provato loro nell’uccidere i suoi cari. Il nord non dimentica e la vittima è diventata il carnefice.

Abbiamo conosciuto Daenerys Targaryen quando anche lei era solo una bambina: suo fratello l’aveva venduta come merce di scambio ad un re che poteva offrirgli un esercito per riprendere il trono. La seguiamo mentre cresce, inciampi e vittorie incluse. Gli anni passano e Daenerys non è più una bambina che qualcuno può permettersi di vendere: è una regina, una regina che sta attraversando il mare per distruggere la ruota del Gioco e prendere la corona che le spetta.

Che dire di Cersei Lannister? E’ una donna crudele, senza scrupoli. Uccide chiunque si pari davanti a lei. Sembra una donna di ghiaccio, eppure qualcosa prova. Prova un infinito amore per i propri figli, figli che le vengono portati via troppo presto. Andata in sposa ad un uomo che la disprezzava, è stata svalutata dal padre e condannata da una profezia a vivere nel sospetto anche delle persone a lei più care. Umiliata pubblicamente e spogliata dell’onore di cui tanto si vantava, ha ordito una vendetta spregiudicata contro ogni suo nemico. Persino il suo caro fratello-amante la teme. Eppure, Sansa la stima e la imita.

Tutti i personaggi che ho esaminato sono donne. Potreste pensare che si tratti di femminismo ma non è così. Sempre più spesso assistiamo a scene commercialmente femministe: donne forti e indipendenti che sembrano divorare il mondo ma che poi rivelano un animo debole e fragile. Questo sarebbe un ritratto realistico e lusinghiero della donna? Dimostrare come anche le donne che sembrano forti siano in realtà delle femminucce deboli che aspettano il soccorso dell’uomo forte? Non c’è niente di più offensivo per una donna delle agevolazioni e dei riguardi. Una donna può avere tutto ciò che vuole esattamente come l’uomo: questo dovrebbe essere il femminismo. Riconoscere che partendo dallo stesso punto uomo e donna possono ottenere gli stessi risultati, contando sulla propria determinata forza e su niente altro. Il Trono di Spade ci racconta la storia di donne giovani e fragili, vittime di un mondo maschile che le sfrutta e le spezza. Queste donne giovani e fragili però, invece di commiserarsi e invocare la difesa altrui, prendono in mano il proprio destino e contando solo sulla propria forza e sull’amara esperienza del dolore reagiscono entrando come autori e non vittime nel mondo maschile. Non parliamo né di figure eteree né di femmes fatales: parliamo di vittime che sulla propria pelle hanno scontato il prezzo della debolezza finché non si sono abbassate al livello dei loro persecutori così da vendicarsi schiacciandoli. Le donne sono entrate nel gioco degli uomini e hanno intenzione di distruggerlo. La vittima è diventata il carnefice.

Quanto abbiamo scherzato sul destino misero e sventurato della famiglia Stark? Abbiamo assistito a stragi ed esecuzioni ingiuste, a omicidi e stupri, a maltrattamenti e perdite insopportabili. Pian piano tutto ciò ha reso i nostri Stark più consapevoli: Jon, Sansa, Arya e persino Bran hanno imparato che cosa sia la vita e rinnegando l’ingenuità infantile che li marcava si sono trasformati negli artefici del loro destino. Il nord non dimentica: le insegne degli Stark sono tornate a Grande Inverno e noi non possiamo dire con certezza se ciò sia accaduto nel modo giusto o sbagliato, se i motivi fossero giusti o traviati dal bisogno di vendetta, se nel futuro gli Stark saranno ancora insieme uniti nella giustizia oppure no. Ma non ci importa, perché dopo tutto ciò che hanno passato siamo felici di vedere la vittima diventare il carnefice. Gli Stark si stanno riunendo e adesso i loro nemici tremano. La vittima è diventata il carnefice.

Questa è una delle più belle caratteristiche della serie: noi come i personaggi stessi non siamo sicuri di quanto sia giusto ciò che accade, di quanto sia giusto che una ragazzina sgozzi con un sadico sorriso un uomo che le ha fatto del male, di quanto sia giusto che sua sorella faccia sbranare il proprio persecutore dai suoi stessi mastini. Sappiamo però che non sarebbe realistico rappresentare le vittime che perdonano i loro carnefici e i sopravvissuti che dimenticano i caduti. Non sappiamo ciò che accadrà e forse non capiamo fino in fondo nemmeno ciò che è già accaduto: non capiamo i motivi, non capiamo quanto in fondo una vendetta sia malata ma riusciamo a percepirne la complicata bellezza. Riusciamo a toccare con mano la scelta di ciò che è meno bello ma più reale, meno giusto ma più umano. I nostri paladini si stanno trasformando nei carnefici? Solo il tempo potrà dirlo, ma intanto plaudiamo al crudo realismo e alla sincera spontaneità della scelta più difficile. 

Collateral beauty

Ci sono film che fanno ridere e altri che fanno piangere. Troppo spesso alcuni sono fatti esclusivamente per commuovere, senza avere nemmeno cura della trama. Collateral beauty non è uno di questi. Già il fatto che dal trailer non si capisse fino in fondo la trama mi ha fatto sperare che questo non fosse solo un film ”utile” bensì un prodotto d’autore. E ci avevo indovinato. [SPOILER]
Il film racconta la storia di Howard (Will Smith) che ha perso la figlia due anni prima. Da quel momento si rifiuta di lavorare o parlare con i colleghi: l’agenzia sta fallendo e ciò costringe i soci in affari a prendere in mano la situazione. Kate Winslet, Edward Norton e Michael Pena scoprono che Howard ha spedito delle lettere a quelli che un tempo definiva i pilastri della vita umana: Amore, Morte e Tempo. ”Desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte.”: questo diceva anni prima Howard. Le lettere sono piene di odio e risentimento e i tre decidono di ingaggiare degli attori che interpretino questi tre concetti davanti ad Howard, così da poter immortalare il suo tracollo e usarlo per estrometterlo dalla società. I tre attori (Keira Knightley, Helen Mirren, Jabob Latimore) interagiscono con Howard, facendogli credere di essere angeli: spaventato, decide finalmente di entrare nel gruppo di sostegno per genitori in lutto e lì conosce Madelaine (Naomie Harris). Questa giovane donna ha perso la figlia Olivia di soli sei anni per un tumore al cervello, ha divorziato dal marito che ancora ama e porta con sé il biglietto che lui le scrisse il giorno del divorzio ”Se solo tornassimo ad essere estranei”. Il rapporto con Madelaine sembra curativo per Howard, che però ancora non riesce a parlare della figlia.
Il lampo di genio del film arriva adesso: ognuno dei tre soci lavora con uno dei tre attori e ciò cambierà le loro vite. Whit affianca Aimee (Amore), Simon affianca Brigitte (Morte) e Claire affianca Raffi (Tempo). Aimee aiuta Whit a capire il vero significato dell’amore e lo spinge a prendere il coraggio di stare accanto alla figlia, nonostante lei lo rifiuti. Brigitte aiuta Simon ad accettare il proprio cancro e a parlarne con la moglie. Raffie aiuta Claire a capire che non è mai troppo tardi per essere madre: basta amare un’altra persona con l’istinto che solo una madre ha. Amore, morte, tempo. Ma questi attori non saranno mica davvero angeli?
Il piano funziona: Howard capisce, nonostante il tradimento, le ragioni dei colleghi e lascia la società. La vigilia di Natale, va a casa di Madelaine e qui scopriamo il secondo lampo di genio del film: lei lo costringe a guardare un video della propria bambina, Olivia, mentre gioca col padre. Finalmente capiamo: Olivia, di soli sei anni, è morta due anni prima lasciando senza speranze la madre Madelaine e il padre Howard. Un po’ il disperato dolore e un po’ la necessità di ripartire da zero hanno reso i due estranei l’uno all’altro. ”Se solo potessimo tornare ad essere estranei” diceva il messaggio: potrebbe questo averli aiutati a ritrovarsi di nuovo? Howard riesce finalmente ad accettare la morte della figlia, pronunciando il suo nome. I due si abbracciano, di nuovo insieme nel dolore. Un giorno mentre camminano nel parco, Howard vede i tre attori guardarlo, ma quando la moglie si volta sono spariti. Erano davvero angeli?
Sono stati loro a permettere ad Howard di affrontare il proprio lutto? Due anni prima, mentre aspettava davanti alla camera della figlia, una donna (Brigitte) si era avvicinata a Madelaine e le aveva detto di cercare di apprezzare la bellezza collaterale.
Ma che cos’è questa bellezza collaterale? E’ tutto ciò che ci circonda, ciò che tocchiamo e respiriamo. Come esseri umani siamo irrimediabilmente connessi all’universo intorno a noi, sorretti da tre pilastri: Amore, Morte, Tempo. Desideriamo l’amore, vorremmo più tempo, temiamo la morte. E nel mezzo che cosa c’è? Tanto, tanto dolore. Tante cadute e delusioni. Ma anche tanti sorrisi e tante risate. L’amore è dentro ogni cosa, il tempo si fa rincorrere ma a volte si ferma, la morte non sempre vince.
Pensavo che avrei visto un film sulla morte e invece ho visto un film sull’amore. La forza dell’amore che vince su tutto: vince sulla paura di un padre davanti alla figlia che lo rifiuta, vince sulla paura di una donna di non diventare mai madre, vince sulla paura di un giovane uomo di morire. L’amore vince sul dolore, sull’atroce ricordo di ciò che si è perso. L’ultima scena del film ritrae due genitori che hanno perso la figlia e che adesso, mano nella mano, cercano di tornare a vivere,insieme. L’amore vince su tutto.

The nice guys

Da Shane Black, ideatore dell’epica coppia poliziesca di Arma Letale, non ci si aspettano grandi trame o drammatici sentimenti, tuttavia The Nice Guys non lascia affatto delusi.
Il film è la storia di una coppia insolita di investigatori che nel 1977 cercano una ragazza scomparsa. Russel Crowe interpreta il classico giustiziere privato irascibile e a volte violento. Ma è il personaggio di Ryan Gosling la macchietta più riuscita: un detective privato con una figlia a carico, avido di denaro e spesso ubriaco. Lo vediamo nuotare nelle vasche per interrogare delle ragazze-sirena, cadere giù per una collina e poi in una piscina. La scena più riuscita è forse quella in cui March, aka Gosling, minaccia Healy, aka Crowe, dalla tazza del water: vederlo dimenarsi fra la pistola, i pantaloni e il giornale per coprirsi è un autentico spasso. Per non parlare dei suoi gridolini isterici ogni volta che vede del sangue o che ha paura. La parte finale, che solitamente nelle commedie è più lenta e noiosa, non riserva meno comicità rispetto all’inizio: la scena di Nixon o l’ossessione di March per Hitler sono chicche originali, di quelle che ti spingono a chiederti ”Ma come gli sarà venuto in mente?”. E non è forse questo che dovrebbe pensare chi guarda un film comico?
Il dubbio che sorge è però questo: è una commedia o è un film banale di cui è stato reso protagonista un personaggio molto ben fatto? Perchè, se togliamo Gosling, togliamo il divertimento. La trama, del resto, non ha certo una gran strutturazione. Alla fine delle due ore però non ti importa nè della trama ben strutturata nè dei dubbi amletici sulla comicità del film senza Gosling: hai riso e ti sei divertito almeno per un po’.
La cosa che più delude, infatti, è che avremmo potuto ridere di più: come spesso accade, gran parte delle scene divertenti è stata anticipata dai trailer. Vediamo un film se il trailer ci promette qualcosa, è vero; ma se ci aspettiamo ciò che ci è stato promesso e poi vediamo solo ciò che già sappiamo, dov’è il divertimento? Il film, tutto sommato, è molto piacevole: in una perfetta atmosfera anni 70, questi due matti strampalati ci regalano due ore di sincere risate, il che non è affatto poco!

La teoria del La La

La La Land e La teoria del tutto sono due dei miei film preferiti. Mi sono chiesta il motivo e subito ho capito che entrambi mi comunicano quel qualcosa in più che spesso cerchiamo nel cinema e raramente troviamo.
La prima parola che mi viene in mente quando penso a entrambi è magia. La magia dell’innamoramento, spontaneo e naturale nella sua logica semplicità. La magia della passione, la passione per le stelle e i buchi neri, la passione per la musica e la letteratura, la passione per il jazz e per il cinema. Ci innamoriamo di chi ci trasporta in un altro mondo raccontandoci cose che non sappiamo, facendoci apprezzare ciò che non conoscevamo. Ed è questo che succede in entrambi i film: due persone romantiche e sognatrici si incontrano e si scontrano, in un infinito ballo d’amore.
Purtroppo però la magia non dura per sempre, nella vita di tutti i giorni l’amore, la passione e i sogni devono fare i conti con l’asprezza della realtà. Ed è per questo motivo che questi due film sono meravigliosi: entrambe le coppie protagoniste vivono con intensa sincerità un amore unicamente profondo finché non sono costretti a scontrarsi contro la realtà e contro loro stessi. Jane vive per il marito, mettendo da parte se stessa, il proprio tempo e la propria persona; Mia e Seb non riusciranno a realizzare i propri sogni se resteranno insieme. Arriva il momento della scelta, la scelta fra se stessi e l’amore per l’altro. Il peso della libertà non cercata ma desiderata diventa insopportabile, un amore tanto bello è diventato sacrificio e rinuncia di sé.

Tutti pensiamo che lo scopo della vita sia trovare qualcuno, quel someone in the crowd che ti faccia fiorire davvero nella persona che puoi e vuoi essere. Magari poi nella realtà scopri che proprio quel rapporto tanto amato e sognato ti priva della tua libertà. Pensiamo che una volta trovato l’amore, tutto sarà perfetto e saremo felici. Ma poi i nostri sogni si scontrano con la realtà e dobbiamo fare i conti con la sconfitta e la delusione. Siamo costretti a scegliere fra noi stessi e l’altro, tra l’illusione della felicità e la vera e cruda realtà. Ci accorgiamo che anche se abbiamo trovato la nostra metà, forse stavamo meglio separati, in costante ricerca di ciò che ci completi, ignari o consapevoli di averlo già trovato e abbandonato. E’ un atto di coraggio o di paura? Non so dirlo, mi piace chiedermelo anche se non so darmi una risposta. Credo che il bello sia proprio questo: non sappiamo cosa sia giusto o sbagliato, sappiamo a malapena cosa ci renderà felici e cosa no, ma ci proviamo. Proviamo a realizzare i nostri sogni, a realizzare noi stessi così da inseguire quella che chiamiamo felicità. Ma che cos’è poi questa felicità, sta alla vita dircelo.

how I met your mother: il destino dell’amore

Sono molte le serie tv che ti lasciano un segno. Ti distrai per 20 minuti ridendo con le lacrime agli occhi, ma spesso succede che quelle lacrime si trasformano spontaneamente in pianto. How I met your mother è questo: l’emozione che riesce a trasmetterti è unica.
Ted del futuro racconta ai figli la storia di come è arrivato, cadendo e rialzandosi fin troppe volte, a conoscere la loro madre. Lui e i suoi amici passavano ogni momento libero insieme nella magica New York, condividendo grandi avventure, grandi difficoltà ma il più delle volte semplicemente gli eventi della vita quotidiana. Mentre segui anno dopo anno la vita di questi cinque, impari a sentirti meno solo, con le tue emozioni, debolezze e particolarità. Ciò che rende unico questo gruppo è proprio l’imperfezione che ognuno dei componenti porta dentro di sé. C’è chi si ubriaca alla propria elezione alla corte suprema, chi rincorre il record del numero maggiore di conquiste, c’è chi non può smettere di dare consigli a sproposito, c’è chi è stata allevata dal padre come un piccolo cacciatore delle foreste. E poi c’è chi si ostina a credere nel destino: Ted non smette mai, fra una caduta e l’altra, tra una delusione e l’altra, di credere che ognuno di noi abbia un’anima gemella da qualche parte. Una persona che ci capisce, che ci ama per ciò che siamo, una persona con cui poter condividere la vita intera. Nonostante tutti gli ostacoli e gli incidenti di percorso, non smette mai di credere che il destino un giorno riserverà anche a lui il grande e unico amore che Lily e Marshal vivono da anni. E attenzione, quando dico questo non dimentico il periodo di rottura fra i due, tutt’altro. Il loro è un amore unico perché, nonostante i problemi e le difficoltà, riescono sempre a resistere. Questa storia è unica proprio perché non è una favoletta con un finale né con un senso accomodante e perfetto. Tutti quanti affrontano delle crisi, tutti quanti portano dentro di sé una tristezza e un’amarezza così realistiche da fare male. Le debolezze, i difetti, le delusioni e le scottature sono reali. Ma sono reali anche il romanticismo, la fiducia, l’amicizia. Se mi chiedessero di descrivere himym in poche parole direi che parla di cinque idioti che ne combinano di tutti i colori. Le loro follie hanno reso memorabili centinaia di scene esilaranti. Ma direi anche che ricordo dei momenti così toccanti che al solo pensiero mi fanno ancora piangere. Questa è una serie unica.

Il finale [SPOILER] è stato molto discusso e poco apprezzato ma io non sono d’accordo con le critiche. Anche io non vedevo l’ora di conoscere la madre e di vedere Ted finalmente felice. Ma la vita è questa? Davvero arriva sempre il finale che abbiamo aspettato tanto a lungo? Nella nona stagione conosciamo la madre e assaporiamo la vita dei due innamorati attraverso un geniale puzzle di flash. La fede di Ted viene ricompensata, perché Tracy è perfetta, il loro amore è tutto ciò che lui ha sempre sognato, nascono due bellissimi bambini e la loro vita è un idillio. Ma una brutta malattia si porta via l’amore della sua vita. E’ allora che Ted decide di raccontare la storia ai figli. C’è chi dice che non abbia avuto senso far aspettare noi e il protagonista per nove stagioni una persona che subito muore. E’ vero, il suo personaggio forse non è stato molto approfondito, ma io ho trovato il finale bellissimo. Perché Ted ha creduto ed è stato ricompensato. Ma poi si è intromessa la vita, che gli ha portato via l’amore e la speranza tanto nutrita. Ancora una volta questa serie si è dimostrata più di semplice finzione: su quello schermo vediamo la vita di tutti noi, ciò che è successo o potrebbe succedere a tutti noi. La vita reale. Nella vita reale ti può succedere di incontrare l’amore dell tua vita oppure no, ma puoi anche trovarlo e poi perderlo.
Ho apprezzato il finale anche perché ho amato fin da subito il rapporto fra Ted e Robin: lui, inguaribile romantico, e lei, cinica e pragmatica. Ciò che a Robin serve è proprio la dolcezza di Ted, una dolcezza che lei non ha mai creduto di meritare ma che lui le ha sempre messo a disposizione senza pretese. Anche quando Robin respingeva le sue gentilezze romantiche, erigendo un muro di difesa intorno a sé, lui quasi senza farsi notare abbatteva quel muro e riusciva a far breccia nel cuore della donna di cui nel profondo è sempre stato innamorato. Dal primo momento in cui l’ha vista, fino al matrimonio di lei e poi dopo: Ted non ha mai smesso di amarla. Non c’è mai stata una lista per lui, una top ten, esisteva solo una donna, Robin. Per lei Ted ha lasciato altre donne, ha abbandonato il lavoro, ha rinunciato ad amarla perché fosse felice con qualcun altro. Quel corno blu francese, simbolo dell’amore di Ted per Robin, resta per nove stagioni una presenza quasi invisibile, fino a quando negli ultimi cinque minuti della serie Ted lo regala di nuovo all’amica. Ed è questo che mi emoziona: il loro non è il grande e unico amore tanto osannato in questa serie. Ted ha avuto il suo grande amore con Tracy ma l’ha perduto. Alla fine vince la perseveranza, vince la speranza di chi non ha mai smesso di amare, pur se in silenzio e in disparte. Entrambi hanno creduto e fallito, entrambi hanno amato e sofferto e alla fine, insieme, resistono alla vita. Hanno fiducia l’uno nell’altro, si prendono cura l’uno dell’altro: semplicemente si amano.

Il gioco del trono sta per tornare

Il 16 luglio 2017 andrà in onda la Settima Stagione del Trono di Spade.

Chiedetelo a chiunque guardi Game of Thrones: questa non è solo una serie, è una scelta di vita. Dal momento in cui decidi di iniziare a seguirla, non vuoi fare altro che quello. Ti ritrovi ad uscire prima da lezione all’università per prendere il treno prima e guardare una puntata in più a casa, ti ritrovi a tornare a casa prima il sabato sera per correre una maratona notturna. Non iniziate questa serie se siete in procinto di un esame: vi ritroverete come me a leggere passivamente il libro mentre seguite passo passo la puntata, saltando e piangendo allo stesso tempo.
Ogni puntata inizia con lo stesso opening musicale, accompagnato dalla nascita animata in 3D dei castelli del Continente. Ramin Djawadi, allievo di Hans Zimmer, ha composto per la serie delle musiche strepitose. Ogni volta che sentirete l’apertura, vi verrà una malsana voglia di salire su un cavallo alla conquista della nazione. E scherzo solo al 70 %.
La serie, fedele realizzazione cinematografica della saga scritta da George RR Martin, è ambientata in un mitico continente, in un periodo storico molto simile al nostro Medioevo. Famiglie nobiliari in guerra fra loro si contendono il famoso Trono di Spade, giocando al cosiddetto Gioco dei Troni, in cui o si vince o si muore.
Le storie sono avvincenti, i personaggi ben strutturati: ci sono i buoni, i cattivi e gli ambigui. Questi ultimi sono i tramatori nell’oscurità, quelli che fin dall’inizio giocano nell’ombra un ruolo che ancora non abbiamo compreso.
Solitamente quando si guarda un film tratto da un libro, si resta delusi: manca sempre qualcosa e qualcosa quasi sempre è stato rovinato. Questo ne Il trono di spade non succede: gli showrunners David Benioff e DB Weiss sono talmente talentuosi e attenti nello scrivere le sceneggiature e realizzare poi la regia, da gareggiare col creatore della serie in quanto a genialità. Le due puntate conclusive della sesta stagione sono state premiate in più occasioni: sono solo due episodi, è vero, ma alla fine della riproduzione si ha l’impressione di aver assistito ad un film. E non a un film da poco ma a un film colossale, il cui ritmo, incalzato dalla musica di Ramin, non lascia spazio ad un attimo di noia: ad un’azione ne segue subito un’altra, più sorprendente, più spettacolare. Ti chiedi quale sarà la prossima mossa, il prossimo colpo di scena e – perché no – la prossima morte: la realtà non corrisponde mai alla risposta che ti sei prefigurato, perché sarà l’unica alternativa che nemmeno ti ha sfiorato la mente. Tragedie, storie d’amore, ricongiungimenti insperati, occasioni perse, battaglie e giochi di potere.
I personaggi sono ideati con uno sprizzo di genialità e realizzati nella serie con altrettanta bravura: personaggi come Cersi, Geoffrey, Ramsay, Jamie, Arya, Ditocorto non si trovano in nessun altra saga.
Un personaggio che a me personalmente piace molto è Sansa Stark. [SPOILER] Sansa nasce nel profondo Nord del continente, in una famiglia molto umile pur nella sua nobiltà. Come ogni bambina sogna di sposare un principe che la porti via da quella che crede essere una miseria. E questo succede a Sansa: un principe la porta via da casa e da quel momento ha inizio la sua vera miseria. Una sventura segue l’altra, ad un aguzzino ne segue un altro, ad uno sfruttamento se ne aggiunge un altro e i soprusi ai suoi danni sembrano non finire mai. Ma Sansa resiste e sopravvive. Finché il suo desiderio di rivalsa e vendetta non riporta la famiglia Stark, lontana e divisa da anni, al dominio del Regno del Nord. Questa figura mi piace particolarmente perché credo che sia molto facile immedesimarsi in lei, nelle sue speranze infrante, nelle sue illusioni svelate, nella nostalgia di un tempo ormai perduto e sprecato. Ma Sansa fa della sua malinconia la sua forza: l’evoluzione di questo personaggio mi lascia un senso di commozione. Vedere lei come Cersi, Denerys, Arya, trasformare l’oppressione subita in aggressiva rivalsa mi commuove e mi dà forza.
Non perdete questa serie tv perché se non l’avete mai provata, non sapete cosa sia il binge watching e soprattutto perdete il privilegio di vedere il vero talento dar vita ad un mondo tutto nuovo e unico.

A spasso nel Cinema

Chi non vorrebbe prendere un caffè nel famoso locale di Harry ti presento Sally? Visitare la casa di Sherlock Holmes? Seguire per la bellissima Parigi i passi del professor Langdon? Scoprire dove si trova il vero McLaren’s, il bar in cui i protagonisti di HIMYM hanno vissuto così tante avventure?
Ecco le carte letterarie e cinematografiche delle più grandi città straniere.

LONDRA
Quando si nomina Londra, non si può fare a meno di pensare al maghetto più famoso al mondo, Harry Potter. E’ possibile ripercorrere le sue avventure grazie al tour organizzato negli Studios della Warner Bros (nello Heartfordshire). Ovviamente dovete fare il possibile per prendere un treno a King’s Cross, dove al binario 9 3/4 troverete una bella sorpresa. Da questa stessa stazione potete prendere anche tre diversi treni che vi porteranno nelle contee in cui si trovano le tre ville utilizzate per Wayne Manor ne Il cavaliere oscuro di Nolan. Gli indirizzi sono Osterlay Park (Hounslaw), Mentmore towers e Wollaton Hall a Nottingham. E perchè non approfittarne per vedere la mitica città di Robin Hood? Sempre muovendosi con il treno, potrete visitare come turisti anche gli atenei di Oxford e Cambridge, location di tanti film britannici e non solo. A Cardiff potrete immergervi nel mondo di Doctor Who, grazie all’Experience tour. Tornando nella City, perché non visitare Backingham Palace e Westmister Abbey, legate indissolubilmente alla corona britannica? Al 221b di Baker Street è invece visitabile la bellissima e poliedrica casa del detective Sherlock Holmes. Ad aspettarvi troverete anche a rotazione un interprete dei vari personaggi della saga. Fate un salto a Notting Hill, dove si respira un’aria di amore e magia.

NEW YORK
Di New York molti palazzi sono famosi, ma come si può non salire su l’ Empire state building, che da Un amore splendido fino ad Insonnia d’amore è diventato il simbolo del romanticismo? Potete passeggiare per Central Park, attraversare Washington Square, perdervi fra gli schermi giganti di Time Square e sognare sugli scalini del MET di poter un giorno partecipare al Gala. Ogni angolo di New York nasconde dietro di sé un segreto, un pezzo di cinema che aspetta solo di esser scoperto e vissuto. Siete appassionati di How I met Your Mother? Allora non potete perdere il vero McLaren’s: il McGee’s pub al 240 west 55th. Se anche voi avete amato la famosa scena di Harry ti presento Sally in cui Mag Ryan dimostra all’amico come le donne possano fingere TUTTO, il locale è il katz’ deli (205 east houston st). Non dimenticate di fare visita a Tiffany e perché no vedere dove Francis Scott Fitzgerald viveva e scriveva (38 west 59th street). Inevitabile prendere il treno alla Grand Central Station, o almeno fare un giro nell’immensa sala d’attesa.
PARIGI
Parigi, si sa, è la città dell’amore. Per sentirsi in un film basta prendere un gelato sotto la Tour Eiffel o fare un giro sulla Senna con il battello notturno. Il Louvre e il D’Orsay sono spesso scelti come location cinematografiche: magari, un principe si potrebbe presentare mentre ammiriamo Le dejeuner sur l’herbe di Manet, chissà. La basilica del Sacro Cuore ci ricorda la Cenerentola a Parigi di Audrey Hepburn, mentre St Sulpice è una delle tappe parigine del Codice da Vinci. Percorsi gli Champes Elisee, visitata la famosa Notre Dame e visto il romantico mulino del Moulin Rouge a Montmartre, non vi resta altro che prendere il treno e perdervi nella tenuta di Versailles. Lì vi sentirete parte non solo del cinema, ma della storia. In fondo, c’è così tanta differenza?

Room: Ti piacerà il mondo

Room è uno di quei film che ti fanno soffrire fino alla fine, perché non sai cosa succederà e perché ti spaventa il suo realismo. Ma alla fine della proiezione, ti senti più ricco. La protagonista Joy (Brie Larson) è stata rapita sette anni fa da un uomo che la tiene segregata in una stanza e cinque anni fa ha partorito suo figlio Jack (Jacob Tremblay). La prima parte del film ci mostra la vita di madre e figlio nella Stanza, l’unico mondo che quest’ultimo abbia mai conosciuto. Lo stratagemma ideato da Joy per fuggire dalla stanza funziona, dopo minuti di ansia e tensione per lo spettatore. Jack finge di essere morto così da esser portato fuori dalla Stanza e alla prima occasione corre incontro ad un passante per portare aiuto alla madre, ancora prigioniera. Il momento in cui madre e figlio si abbracciano, liberi nel mondo reale, è commovente e straziante. La seconda parte del film ci mostra ciò che succede dopo la liberazione: come i due prigionieri e la loro famiglia cerchino di reagire. Il padre di Joy non riesce a guardare il nipote, figlio di un aguzzino che ha stuprato ripetutamente la sua bambina, e se ne va. La madre, invece, accoglie in casa insieme al suo nuovo compagno la figlia e il nipote. Sembra però, contrariamente a ciò che di solito pensiamo, che la parte difficile inizi adesso. E sta proprio qui la bellezza di questo film: la storia è talmente realistica da mostrarci che il dramma non finisce con la liberazione bensì inizia.
Joy ha tenuto duro per il figlio, lo ha accudito e amato, ha lottato per lui. Adesso inizia a crollare, è tornata al mondo reale e ha scoperto che la vita di tutti è andata avanti, del padre, della madre, delle amiche a cui la vita ha riservato solo cose belle. Jack non si orienta nel mondo così vasto e nuovo che sta scoprendo e passo dopo passo assiste al crollo della madre, che tenta il suicidio davanti ai suoi occhi. E’ Jack a dirci che gli alieni hanno salvato la sua mamma da un baratro per poi rigettarla dentro, nel profondo, incuranti.  Incurante è la giornalista che chiede a Joy se non si senta egoista ad aver costretto il proprio figlio a vivere l’infanzia in una situazione così orrenda. A Joy crolla il mondo addosso: per cinque anni ha vissuto ancorata al figlio, per proteggerlo o per proteggere se stessa? Non è riuscita nemmeno ad essere una buona madre?
Dopo il tentato suicidio viene ricoverata in un centro di recupero e Jack le manda una ciocca dei suoi capelli, per darle la forza di guarire. Quando la madre torna, i due si abbracciano e il figlio quasi arrabbiato le chiede di non crollare più. Joy in lacrime gli confessa che è stato lui a salvarla, ancora una volta, perchè nel momento in cui ha visto la ciocca lei ha capito che poteva farcela, per lui, di nuovo.
Questo film trova la sua bellezza proprio nella delicatezza e nel realismo con cui tratta la vicenda. Le giornate in cui Joy non riesce ad alzarsi dal letto, la rabbia e la vergogna di chi non riesce a soffrire senza sentire il peso dell’egoismo. La voglia di tornare alla propria vita per poi scoprire la difficoltà di farlo davvero.
Jack vede il mondo per la prima volta, impara ad apprezzare ciò che noi diamo per scontato. Quando chiede alla madre di tornare a casa, l’unica che lui avesse mai conosciuto, ovvero la Stanza, resta stupito lui stesso dalla piccolezza e dalla miseria di ciò che prima gli sembrava grande e bello. Insieme con la madre decide di chiudere per sempre la porta della stanza e di tornare nel mondo, ancora tutto da scoprire.

Vorrei non aver visto la bella e la bestia

Quando ho saputo che sarebbe stato realizzato un film de La bella e la Bestia, devo essere sincera, non avevo alte aspettative. Ma dopo esser stata al cinema, ho un’opinione ancora peggiore. La storia de La Bella e la Bestia è bellissima: parla di diversità e integrazione, parla di come l’amore nasca quando, scalfendo la superficie, andiamo oltre l’apparenza e scopriamo un’anima ricca di bellezza. La storia avrebbe potuto parlare di alcuni dei problemi più grandi del nostro tempo, l’ossessione per l’apparenza e l’alienazione. E invece non l’ha fatto, si è limitato a raccontare una storiella restando sulla superficie, senza indagare né approfondire. Di recente sono stati realizzati film Disney a mio parere molto belli, Maleficent e Cenerentola, proprio perché in essi si andava oltre il semplice racconto di una favola e se ne usava il risvolto tipicamente morale per mandare un messaggio: il coraggio, la gentilezza, l’amore per se stessi. La favola è un racconto atemporale e universale, direte, non deve essere attualizzato. E sta proprio qui l’errore. Perché la tragedia greca ci insegna che un grande narratore usa l’elemento mitologico (protagonista esclusivo dei drammi greci) per attualizzarlo e renderlo verosimile. Il mito, proprio per la sua atemporalità e universalità, si presta in ogni contesto storico, sociale e geografico all’immedesimazione da parte del pubblico. Chiunque può rivedersi in ciò che vede e ognuno, quindi, può trarne degli spunti. In ogni dramma greco veniva trasmesso un messaggio al pubblico, un messaggio che portasse speranza, che criticasse in modo costruttivo la politica, che aiutasse a sopravvivere alla vita. Aristotele scriveva che la tragedia riusciva, attraverso la verosimiglianza del suo mito, a portare lo spettatore alla catarsi. Infatti, provando timore e pietà davanti a ciò che vede, immedesimandosi nel dramma rappresentato, lo spettatore si purifica, si purifica dalle sue di paure, dai suoi timori, li affronta e li supera. L’arte è una medicina, non solo puro intrattenimento. Ci offre gli strumenti per stare meglio, per affrontare meglio la vita. E non è forse questo lo scopo delle favole? Quelle che i nostri genitori ci raccontavano quando eravamo bambini, per insegnarci qualcosa che ancora non sapevamo, una morale giusta ed edificante? Ne La Bella e la Bestia questo messaggio non c’è stato: due mosse di ballo, tre battute e venti canzoni non fanno una bella favola e soprattutto non fanno un buon film. E’ stata raccontata una storiellina carina e senza senso, che non solo non ha aggiunto niente alla storia originale ma l’ha privata del suo messaggio e del suo valore.
P.S. Capisco che un film-favola ha come pubblico i bambini ma la traduzione delle canzoni, se proprio è necessaria, almeno che sia fatta bene. Salvo solo Gaston (Luke Evans) che con la sua simpatica spacconeria almeno ci ha fatto ridere un paio di volte.

Broadchurch

Broadchurch è una serie passata abbastanza inosservata ed è un peccato, perché ha molti buoni numeri. Carlo Emilio Gadda scriveva dell’incendio di Via Keplero, un incendio improvviso che aveva costretto gli abitanti di un normale quartiere di Milano ad uscire di fretta dalle proprie normali case nel bel mezzo di in una normale notte. Presi alla sprovvista dall’inaspettato evento, erano usciti così com’erano in quel momento nell’intimità delle loro case, senza finzioni o manierismi: sulla strada si erano riversati uomini in mutande, donne scaruffate e mezze nude. Gadda voleva, tramite quest’immagine, ritrarre l’ipocrisia della società borghese intrisa della finzione insita nella natura umana. Broadchurch dipinge la stessa immagine: una cittadina tranquilla e conformista viene sconvolta dall’omicidio di un bambino. Le indagini iniziano e nessuno è insospettabile: chiunque potrebbe aver commesso il delitto, chiunque ne sarebbe stato capace. L’intrecciata indagine porta i due detective protagonisti a scoprire i segreti e i dolori inimmaginabili che i cittadini di questa piccola città portano dentro di sé. Il clima della storia è particolarmente cinico: non conosciamo mai veramente una persona fino in fondo. Quando pensiamo di poterci fidare scopriamo di esserci sbagliati e riusciamo a dubitare anche delle persone a noi più vicine. Ma questa agnosia riserva anche buoni risvolti: le persone possono stupirci. In negativo, è vero: la persona che amiamo di più potrebbe essere un assassino. Ma le persone in cui riponiamo meno fiducia, invece, potrebbero poi rivelarsi le più fidate. Questa storia ci permette di conoscere molti personaggi bellissimi, grazie proprio all’evoluzione delle loro storie. L’ispettore Hardy, incarnato perfettamente dall’eccentrico David Tennant, ha un oscuro passato che pian piano viene svelato: rimorsi, sensi di colpa e redenzione sono la chiave di questo ambiguo personaggio. La serie è curata in ogni minimo dettaglio, è commovente soprattutto il modo in cui viene tratteggiato il lutto della famiglia del bambino: dolore, stanchezza, rabbia e rimpianto sono i sentimenti prevalenti. Il senso di colpa di chi può e deve continuare la propria vita con un nuovo inizio, dopo averne già conosciuto un’irrimediabile fine.